Newsletter

Iscrivetevi per ricevere gli aggiornamenti di VP

Lettere a VP

Cerca

Archivio VP

Dopo averla pagata, non sprechiamola PDF Stampa
Osservatorio sul "marchingegno"

steinbergdi Gianni Venturi 14.12.2009

L'intervento di Carlo Carboni sul "Corriere Adriatico" (il 27.11.2009, n.d.r.) riapre una riflessione sui caratteri di fondo del modello di sviluppo marchigiano. Questa riflessione, ovviamente, non può non fare i conti con una crisi che ne muta i paradigmi e che interviene in una fase in cui era già in atto un significativo riposizionamento della struttura produttiva. Un riposizionamento che è andato profilando una mutazione della tradizionale organizzazione distrettuale in ragione di un capitalismo "abitato" da singole imprese con percorsi di innovazione e strategie di mercato che hanno creato reti trans-settoriali e trans-territoriali; hanno allungato la catena del valore intrecciando progettazione, produzione, distribuzione ed assistenza ai prodotti. Di conseguenza, il lavoro si è disperso in luoghi e condizioni molteplici e le sue trasformazioni andrebbero indagate nelle relative transizioni: da un lavoro all'altro, da un'impresa all'altra, da un settore all'altro, da una condizione contrattuale all'altra.
La crisi, per certi aspetti, ha amplificato questo processo e le strategie di uscita, quando esistono, si affermano a livello di singola impresa e non di sistema: producono differenze più che identità.
Il rischio di separazione delle traiettorie delle imprese innovative da quelle del resto del territorio (i sub-fornitori, i lavoratori, i servizi locali) aumenta e aumenta il rischio di un saldo negativo per la qualità complessiva dei nostri territori.
Come sempre il problema non è se si uscirà dalla crisi, ma il come.
In questo senso la crisi non va sprecata. Bisogna saperla usare per contenerne e contrastarne gli effetti sul mercato del lavoro ma bisogna tentarne anche una interpretazione prospettica.
Evitare, cioè, un approccio liquidatorio dei settori manufatturieri "maturi", ma che riservano ancora margini interessanti di innovazione e competitività (si pensi ai processi di trasferimento di nuovi materiali e di nuove tecnologie nel Tessile Abbigliamento Calzaturiero; alle potenzialità della domotica nell'arredamento e dei materiali bio-energetici nell'edilizia, all'integrazione delle meccanica con l'elettronica) e allo stesso tempo immaginare una diversificazione e una riconversione necessarie e possibili.
In questo senso l'intervento di Carboni è particolarmente stimolante.
L'economia verde intesa non solo come intervento nel settore delle energie rinnovabili, ma che assume una concezione allargata dell'ecoindustria; l'economia "grigia" intesa come industrializzazione dei saperi e come processo orientato a ricongiungere ciò che nel lavoro fordista e nel lavoro distrettuale sono rimasti separati: la conoscenza e l'innovazione; la necessità di infrastrutture leggere e immateriali (dalla banda larga alla mobilità sostenibile, alla logistica intermodale), come potente fattore di propagazione dell'innovazione e allo stesso tempo di organizzazione del territorio, delle reti urbane.
L'interazione tra questi diversi piani può aiutare a trovare un nuovo baricentro all'economia marchigiana, alla definizione del quale non si è interessati per semplice curiosità intellettuale. Infatti, il collocarsi delle produzioni su frontiere a maggior valore aggiunto, l'incremento della produttività totale dei fattori, non favorisce soltanto la competitività delle imprese; determina anche le condizioni per un'occupazione di qualità, per ridurre il differenziale tra domanda manuale e offerta di lavoro intellettuale, e per allontanare la tentazione di uscire dalla crisi con la creazione di una nuova "bolla" di occupazione precaria.
Com'è dimostrato l'aumento della flessibilità nel mercato del lavoro, interpretato come puro fattore di costo, ha accresciuto l'occupazione ma ha determinato anche un rallentamento della produttività del lavoro e dell'efficienza produttiva con il risultato di creare uno spostamento delle specializzazioni verso settori a minor contenuto tecnologico. C'è quindi un circolo virtuoso da innescare. C'è la necessità di una nuova riflessione attorno ai destini dello sviluppo locale a cominciare dalla consapevolezza che essi dipenderanno sempre di più dall'attivazione di "processi intenzionali"; sempre meno, quei destini, potranno essere lasciati alla combinazione spontanea dei fattori che hanno sostenuto l'industrializzazione senza fratture: la flessibilità del lavoro e i bassi salari, la conoscenza senza investimenti, l'innovazione senza ricerca, la coesione senza welfare.
Sempre più cioè, la capacità di creare economie esterne e beni collettivi sull'asse innovazione/sostenibilità, dipenderà da processi consapevoli di scambio e di relazione tra governance territoriali e capitale sociale disponibile.
Il tema non è certamente nuovo; è l'urgenza che deriva dalla crisi che è nuova e che può metterci nella condizione, dopo averla pagata, almeno di non sprecarla e di tentare, anche per questa via, di dare senso e significati nuovi al "cosa" produciamo e al "cosa" consumiamo.

 

Articolo già pubblicato su "Il Corriere Adriatico" del 03.12.2009.

Commenti
Nuovo Cerca
Commenta
Nome:
Email:
 
Titolo:
 

3.26 Copyright (C) 2008 Compojoom.com / Copyright (C) 2007 Alain Georgette / Copyright (C) 2006 Frantisek Hliva. All rights reserved."