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| Il disastroso terremoto di Haiti tra emotività e mobilitazione per pietà razionale |
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| Gli editoriali | ||||||
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Il terremoto di Haiti ha avuto un impatto tra i più tragici nella storia dei disastri naturali del pianeta. Il numero di morti sfida la nostra immaginazione avvicinandosi drammaticamente, alla calamità immane che si abbatté sulla provincia settentrionale dello Huaxian della Cina Imperiale a metà del XVI° secolo producendo ottocentotrentamila persone, ancora oggi triste primato nelle vicende del genere umano. I terremoti atterriscono gli spettatori, ma i disastri naturali sono parte della nostra vita. Negli ultimi dieci anni, il numero delle persone toccate da calamità naturali si avvicina a tre miliardi, con oltre seicentomila vittime. Le inondazioni hanno interessato quasi un miliardo e mezzo di abitanti del pianeta, la siccità legata al cambiamento climatico ha toccato ottocentomila uomini e donne, i cicloni oltre trecento milioni, le frane duemilionisettecentomila, i terremoti con trentatrè milioni, hanno provocato di gran lunga il maggior numero di morti. Questo dato spiega perchè i terremoti atterriscono ed annichiliscono più di ogni altro disastro naturale. Ogni volta il terremoto nei pochi secondi delle sue scosse, rade al suolo non solo le case, rapisce vite, rovescia i rapporti sociali, sconvolge più delle guerre, anche se il bombardamento non è altro che un processo artificiale imitativo del fenomeno naturale detto "terremoto". Di fronte al terribile e famoso terremoto di Lisbona, lo sgomento di Voltaire che non capiva più cosa fosse la bontà del divino non era diverso dall'incomprensione per la sventura contenuta nella grande storia di Giobbe migliaia di anni prima; la protesta di Rousseau contro l'urbanizzazione incosciente e arrogante della "civiltà" non è diversa dalla considerazione sulle colpe umane e di sistema dell'impatto dei disastri, la considerazione di Kant sul fatto che il terremoto distrugge, ma apre sorgenti, non è diversa dalla considerazione che i disastri tornano e segnano come catastrofi il respiro della terra (non si dimentichi le grandi cinque estinzioni di almeno due terzi degli esseri viventi nella storia remota della vita del pianeta). Ancora oggi, noi di fronte a cinquecentomila morti e ad un numero ancora maggiore di vite distrutte, non abbiamo altri strumenti che individuare le responsabilità, per migliorare le performance di sviluppo nel futuro; comprendere la dinamica naturale per selezionare le aree e le tecniche più adatte all'antropizzazione e rivolgerci alla nostra capacità di pietà per organizzare i soccorsi. Ma un ragionamento proprio sui soccorsi va fatto. Fino alla nostra società scientifica, in occasione dei grandi terremoti i soccorsi erano accompagnati da atteggiamenti che gli antropologi delle culture hanno chiamato il meccanismo della colpa: rintracciare nel disastro l'errore umano che ha provocato l'ira di un essere superiore. La responsabilità dell'evento è dell'entità irata, ma la colpa di quanto è accaduto ricade sugli uomini o meglio su alcuni uomini e donne peccatori e peccatrici. Ciro Menotti nella intricata storia del moto che guidò, fu fucilato perchè il Vescovo di Modena, convinto come tutti che la colpa dei terremoti derivasse dai moti rivoluzionari, predicò sulla responsabilità di quel moto di Ciro Menotti, già prigioniero del Duca. Solo poche ore dopo, un terremoto colpì Modena e per l'attesa grazia ducale non vi fu spazio. Ciro Menotti fu fucilato. Il processo di attribuzione della colpa era un meccanismo emotivo di massa, sostituito oggi dalla emozionalità ancor più di massa, della pietà e della mobilitazione individuale. Ci emozioniamo per un disastro, doniamo, dimentichiamo e non sappiamo più nulla di come vada la ricostruzione, poi arriva un altro disastro e ci emozioniamo di nuovo, ci mobilitiamo e così via. Ahimè organizzare aiuti richiede competenze, professionalità, informazione. Da "malcapitato" del Tsunami, ricordo enormi contenitori di bottiglie di acqua minerale giacenti a Phuket in Tailandia arrivate da soggetti della nostra regione, essendo la Tailandia il primo produttore di acqua minerale nel Sud Est asiatico. Darei un consiglio: non farsi prendere dall'emozione, dalle catene improvvisate, ma donare e subito solo se si conosce la destinazione precisa del denaro che si dona, conoscere la credibilità di chi proporne la donazione e sapere che domani verrete informati sull'utilizzo dei fondi. Sempre diffidando dalle catene spettacolari. E' il miglior modo di mobilitarsi per pietà razionale e vera contro il coinvolgimento in meccanismi di emotività pelosa dove il centro sono i donatori e non la condizione delle vittime. Molti anni fa una TV francese organizzò una carovana per portare cibo nel Sahel. Ogni sera gli spettatori venivano informati dei progressi del viaggio e cresceva la raccolta di fondi. La struttura televisiva - informativa - emozionale era più costosa dell'ammontare degli aiuti. Meglio meno, ma meglio. E soprattutto, come indirettamente suggeriva Kant, meglio prevenire.
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