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| Che cosa accadrà al sistema universitario della Marche? |
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| Gli editoriali | ||||||||||||||||||||||||
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Il «settore manifatturiero» delle Marche sta attraversando una fase di difficile transizione, tra dinamiche congiunturali e trasformazioni strutturali imposte dall'internazionalizzazione dell'economia italiana. Esso costituisce ancora la principale componente della base economica delle Marche - e la sua dinamica influenzerà profondamente la traiettoria di sviluppo della regione. E certo merita attenzione e risorse. Ma non è, purtroppo, l'unico settore economico a trovarsi lungo un'incerta traiettoria. In effetti, gli ultimi dieci anni sono stati anni faticosi per l'economia italiana e per l'economia delle Marche, e l'intero sistema produttivo, anche quei settori che nel discorso pubblico si presentano come «avanzati», è alla ricerca di un nuovo equilibrio. Ad esempio, nelle Marche, anche il settore «universitario» si trova in un evidente stato di difficoltà - forse di crisi. Nel «settore universitario» è iniziata, alla fine degli anni Novanta, una profonda trasformazione dell'organizzazione del processo di produzione dei suoi servizi di base - «formazione» e «ricerca» -, una trasformazione con meta-obiettivi che sono stabiliti a livello nazionale ma che si esprime organizzazione per organizzazione, università per università in modo profondamente diverso. Gli esiti di queste trasformazioni locali che l'autonomia universitaria ha permesso fossero specifiche sono stati molto diversi. Come così spesso richiamato nel discorso pubblico in Italia negli ultimi mesi - tra profonde imprecisioni e incapacità di comprensione dei fenomeni, peraltro. Una parte degli atenei italiani è in uno stato di crisi. E tre dei quattro atenei delle Marche - Camerino, Urbino e Macerata - sono in una fase difficile. L'Università di Urbino ha perso negli ultimi dieci anni circa 5.000 studenti - ed è stata costretta a diventare statale, senza che ciò le abbia permesso di trovare ancora un equilibrio. Le Università di Camerino e Macerata, con una considerevole espansione dell'offerta dei loro servizi, ma sullo sfondo di una leggera riduzione degli iscritti, sono ora costrette a un accordo che, di fatto, è l'inizio di un percorso di esteso ridimensionamento, dagli esiti comunque molto incerti. Soltanto l'Università Politecnica delle Marche sembra avere seguito negli ultimi dieci anni una traiettoria equilibrata. Che cosa accadrà al sistema universitario delle Marche nei prossimi dieci anni? Se esso si regionalizza nell'utenza - come sembra stia accadendo -, continuerà lungo l'attuale traiettoria di declino e dovrà ridimensionarsi nel suo complesso, con una diminuzione dell'occupazione e dell'impatto economico indiretto. D'altra parte, diversamente da quanto è accaduto per molti decenni, esso non sembra più in grado di esportare servizi formativi sul mercato nazionale in misura sufficiente per mantenere gli attuali livelli di produzione: oggettivamente, non sembra più competitivo (secondo i parametri che in molti sono oggi pronti a usare nella valutazione delle prestazioni) e diventa sovra-dimensionato rispetto alla domanda che esprime il territorio regionale. Naturalmente, la crisi del «settore universitario» delle Marche non è comparabile per importanza a quella del «settore manifatturiero». Inoltre, gli atenei italiani si caratterizzano per un'autonomia che permette una governance a livello regionale su basi volontarie (e vincolata dal legittimo interesse -e, forse, anche dal dovere - che ogni ateneo ha di esprimere le proprie potenzialità e attuare le proprie strategie). Difficile, quindi, e forse persino sbagliato, immaginare un progetto di sviluppo integrato per questo settore. Peraltro, in termini di esternalità positive - tema di fondamentale importanza -, non è tanto la dimensione quanto la qualità che conta. Da questo punto di vista, il ridimensionamento quantitativo del «settore universitario» potrebbe apparire, persino a ragione, come non preoccupante. E non suscitare reazioni. (Importante lo è certamente, tuttavia, da un punto di vista territoriale, perché tre città - Camerino, Urbino e Macerata - hanno un'economia che dipende in misura considerevole dalla produzione dei servizi «formazione» e «ricerca»: le trasformazioni del sistema universitario marchigiano avranno quindi forti implicazioni territoriali - alle quali ci si dovrà comunque preparare). La riforma del sistema universitario italiano - che sembra imminente - renderà la competizione tra gli atenei ancora maggiore e aggraverà le attuali difficoltà del settore universitario delle Marche. Ma già i cambiamenti in atto nella società italiana, da una parte, e nelle strategie degli atenei-imprese (nelle regioni limitrofe e, in generale, in Italia), dall'altra, hanno messo in moto, da diversi anni, dei processi che stanno radicalmente cambiando le condizioni competitive che vincolano le strategie in questo settore. «Che cosa accadrà al sistema universitario delle Marche?»,«Che cosa desideriamo che a esso accada?» sono domande sulle quali il discorso pubblico dovrebbe cominciare a esercitarsi, ammesso che nelle Marche, così come in Italia, ci sia un interesse profondo per il futuro della formazione e della ricerca. In ogni caso, anche volendo lasciare al mercato di determinare il nostro futuro, ci si dovrebbe almeno chiedere dove, appunto, il mercato porterà gli atenei delle Marche.
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