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Che cosa accadrà al sistema universitario della Marche? PDF Stampa
Gli editoriali

antoniodi Antonio G. Calafati 18.01.2010 

Il «settore manifatturiero» delle Marche sta attraversando una fase di difficile transizione, tra dinamiche congiunturali e trasformazioni strutturali imposte dall'internazionalizzazione dell'economia italiana. Esso costituisce ancora la principale componente della base economica delle Marche - e la sua dinamica influenzerà profondamente la traiettoria di sviluppo della regione. E certo merita attenzione e risorse. Ma non è, purtroppo, l'unico settore economico a trovarsi lungo un'incerta traiettoria. In effetti, gli ultimi dieci anni sono stati anni faticosi per l'economia italiana e per l'economia delle Marche, e l'intero sistema produttivo, anche quei settori che nel discorso pubblico si presentano come «avanzati», è alla ricerca di un nuovo equilibrio. Ad esempio, nelle Marche, anche il settore «universitario» si trova in un evidente stato di difficoltà - forse di crisi.

Nel «settore universitario» è iniziata, alla fine degli anni Novanta, una profonda trasformazione dell'organizzazione del processo di produzione dei suoi servizi di base - «formazione» e «ricerca» -, una trasformazione con meta-obiettivi che sono stabiliti a livello nazionale ma che si esprime organizzazione per organizzazione, università per università in modo profondamente diverso. Gli esiti di queste trasformazioni locali che l'autonomia universitaria ha permesso fossero specifiche sono stati molto diversi. Come così spesso richiamato nel discorso pubblico in Italia negli ultimi mesi - tra profonde imprecisioni e incapacità di comprensione dei fenomeni, peraltro.

Una parte degli atenei italiani è in uno stato di crisi. E tre dei quattro atenei delle Marche - Camerino, Urbino e Macerata - sono in una fase difficile. L'Università di Urbino ha perso negli ultimi dieci anni circa 5.000 studenti - ed è stata costretta a diventare statale, senza che ciò le abbia permesso di trovare ancora un equilibrio. Le Università di Camerino e Macerata, con una considerevole espansione dell'offerta dei loro servizi, ma sullo sfondo di una leggera riduzione degli iscritti, sono ora costrette a un accordo che, di fatto, è l'inizio di un percorso di esteso ridimensionamento, dagli esiti comunque molto incerti. Soltanto l'Università Politecnica delle Marche sembra avere seguito negli ultimi dieci anni una traiettoria equilibrata.

Che cosa accadrà al sistema universitario delle Marche nei prossimi dieci anni? Se esso si regionalizza nell'utenza - come sembra stia accadendo -, continuerà lungo l'attuale traiettoria di declino e dovrà ridimensionarsi nel suo complesso, con una diminuzione dell'occupazione e dell'impatto economico indiretto. D'altra parte, diversamente da quanto è accaduto per molti decenni, esso non sembra più in grado di esportare servizi formativi sul mercato nazionale in misura sufficiente per mantenere gli attuali livelli di produzione: oggettivamente, non sembra più competitivo (secondo i parametri che in molti sono oggi pronti a usare nella valutazione delle prestazioni) e diventa sovra-dimensionato rispetto alla domanda che esprime il territorio regionale.

Naturalmente, la crisi del «settore universitario» delle Marche non è comparabile per importanza a quella del «settore manifatturiero». Inoltre, gli atenei italiani si caratterizzano per un'autonomia che permette una governance a livello regionale su basi volontarie (e vincolata dal legittimo interesse -e, forse, anche dal dovere - che ogni ateneo ha di esprimere le proprie potenzialità e attuare le proprie strategie). Difficile, quindi, e forse persino sbagliato, immaginare un progetto di sviluppo integrato per questo settore. Peraltro, in termini di esternalità positive - tema di fondamentale importanza -, non è tanto la dimensione quanto la qualità che conta. Da questo punto di vista, il ridimensionamento quantitativo del «settore universitario» potrebbe apparire, persino a ragione, come non preoccupante. E non suscitare reazioni. (Importante lo è certamente, tuttavia, da un punto di vista territoriale, perché tre città - Camerino, Urbino e Macerata - hanno un'economia che dipende in misura considerevole dalla produzione dei servizi «formazione» e «ricerca»: le trasformazioni del sistema universitario marchigiano avranno quindi forti implicazioni territoriali - alle quali ci si dovrà comunque preparare).

La riforma del sistema universitario italiano - che sembra imminente - renderà la competizione tra gli atenei ancora maggiore e aggraverà le attuali difficoltà del settore universitario delle Marche. Ma già i cambiamenti in atto nella società italiana, da una parte, e nelle strategie degli atenei-imprese (nelle regioni limitrofe e, in generale, in Italia), dall'altra, hanno messo in moto, da diversi anni, dei processi che stanno radicalmente cambiando le condizioni competitive che vincolano le strategie in questo settore.

«Che cosa accadrà al sistema universitario delle Marche?»,«Che cosa desideriamo che a esso accada?» sono domande sulle quali il discorso pubblico dovrebbe cominciare a esercitarsi, ammesso che nelle Marche, così come in Italia, ci sia un interesse profondo per il futuro della formazione e della ricerca. In ogni caso, anche volendo lasciare al mercato di determinare il nostro futuro, ci si dovrebbe almeno chiedere dove, appunto, il mercato porterà gli atenei delle Marche.

 

www.antoniocalafati.it

 

 

 

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carlo  - Put your lights on   |109.52.21.185 |2010-01-19 23:34:56
Bene. Proviamo a chiudere gli occhi. Immagino una transizione - sperabilmente non troppo lunga - dell’attuale sistema universitario verso una differenziazione tra università nelle quali prevale la didattica triennale che rilascia un diploma di laurea ed è finalizzata a creare un serbatoio ampio
di laureati deii quali solo una parte potrà esser ammessa alle università in cui in prevalenza il personale si occupa di ricerca, di master e lauree magistralis, di dottorati. Un livello inclusivo d’istruzione superiore e un livello ottimale meritocratico. Come potrebbe funzionare?
L’università di massa di primo livello – il miglioramento culturale e professionale della massa- in prevalenza finanziata dal diritto allo studio che stato e regioni devono garantire come la gestione degli oltre cento poli universitari attuali. L’università magistralis ,2 + 3 anni , sarà
invece in prevalenza governata mediante Fondazioni alimentate da donazioni private e tasse di iscrizione mediamente elevate, salvo efficiente sistemi inclusivi di borse di studio e remunerazioni a contratto nel sistema per gli studenti con famiglie disagiate. Gira e rigira, immagino un sistema equo
che invita a pagare la qualità a un prezzo adeguato a chi se lo può permettere e il merito, se emerge in soggetti disagiati, richiede misure inclusive, borse di studio appunto. E viene così sfatato anche il vecchio credo che il merito vada contro politiche inclusive. Va tutelato e non
misconosciuto. Ok. Era solo un immagine. cc
Simone Corradini   |151.64.5.47 |2010-01-20 15:40:45
Alla luce di ciò che sta accadendo nella società italiana sotto l'egida del Governo Italiano, non si pongono basi per rianimare la ricerca scientifica e la sostenibilità della crescita economica in Italia. Ritengo che l'attuale sistema universitario, organizzato con il 3+2+3 includendo il
dottorato di ricerca, fornisca una preparazione accetabile soltanto al termine dei cinque anni e non dopo i primi tre, in quanto le meta-conoscenze acquisite in questo triennio, non permettono di avere delle credenziali sull mercatto del lavoro che necessita di persone esperte con "alle
spalle" esperienza sul campo. Attualmente si richiedono delle "skills" specifiche a tutti i livelli e se provassimo ad esaminare ciò che una laurea triennale può fornire ci accorgeremo di una quasi-inutilità pratica e di una eccessiva genericità.
Probabilmente le Marche e
consequenzialmente numerose regioni Italiane, mostrano una società generalmente poco orientata verso la conoscenza che si riflette nel lento, ma continuo declino della produttività e nell' incapacità delle istituzioni di ottenere e allocare risorse, in maniera efficiente e soprattutto in
ossequio alle esigenze del capitalismo attuale ed alle direttive dell'Unione Europea.
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