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di Massimo Canalini Questo breve intervento è dedicato alla memoria di Magdalo Mussio e della sua casa editrice d'avanguardia "Nuova foglio", la quale con maestria innovativa operò da Pollenza, Macerata. 1. Ho tratto gli enunciati che seguono da un documentario intitolato The Beatles Anthology, prodotto nel 1995, trasmesso in novantaquattro Paesi, mandato in onda dalla Rai, durante tre serate, nel dicembre del 1996. Questo documentario consta di materiale d'archivio inedito o raro; di interviste realizzate appositamente per la serie, e dunque rese nella prima metà dei Novanta da Paul McCartney, George Harrison e Ringo Starr; di interviste di repertorio, infine, concesse fra gli altri dagli eredi Lennon. Alle interviste dei tre Beatles realizzate appositamente per la serie, si affiancano quelle rese, sempre in vista del progetto Anthology, da Neil Aspinall (amministratore delegato della Apple e amico d'infanzia dei quattro Beatles), George Martin (discografico e arrangiatore dei loro dischi) e Derek Taylor (ufficio stampa della Apple). Tutti gli enunciati che seguono si riferiscono a un progetto condotto dai Beatles fra 1968 e il 1969. Qui, in particolare, è Neil Aspinall a parlare: «Nel 1967, dopo la prematura scomparsa di Brian Epstein, manager dei Beatles, decidemmo di avere un ufficio e un'organizzazione tutti nostri. È questo il motivo per cui espandemmo la Apple, che esisteva già ed era una società editrice con un ufficio in Baker Street.» Al numero 94, per la precisione. «L'unico scopo della Apple era che la gente non doveva più implorare» ricorda, a ventisette anni di distanza da allora, Ringo Starr. «Se gli artisti avevano un'idea valida, noi li avremmo appoggiati. Avevamo una società editrice, una società discografica, e avremmo avuto un'enorme insegna: "Non dovete mendicare".» «L'idea» spiega Paul McCartney, «era di andare in America e dire: "È nata la Apple, mandateci i vostri talenti sconosciuti".» «Cosa vedete negli anni a venire?», domanda un giornalista a John Lennon. Siamo nei primi mesi del 1968. «La Apple» risponde John Lennon. «Cercheremo di avviarla, e poi vedremo dove va a finire. È come una trottola. Noi gli diamo il via e speriamo per il meglio.» «È un'attività discografica, cinematografica e di elettronica» dirà ancora Lennon - stavolta nel corso della conferenza stampa della Apple a New York - il 14 maggio 1968. «Intendiamo creare un sistema in cui la gente che vuol girare un film non deve inginocchiarsi nell'ufficio di qualcuno.» «Ebbene, facemmo questa pazzia. Mettere un'inserzione sul giornale che diceva: "Mandateci le vostre cassette e non le cestineremo. Risposta assicurata. Fummo inondati di cassette, poesie e copioni. Chiunque era benvenuto, alla Apple, e se aveva un'idea valida poteva produrla.» Mi sembra che questo significhi precisamente mettersi nei panni degli artisti più giovani, o non ancora famosi, immedesimarsi, e provare ad aiutarli avendo conosciuto in prima persona tutte le forche caudine di tutte le anticamere nelle case di produzione discografiche, cinematografiche, eccetera. Se anche dovesse trattarsi solo di un'enorme commedia pubblicitaria - ma io non credo affatto - di una comunicazione destinata esclusivamente ad amplificare o migliorare l'immagine dei Beatles, si tratterebbe comunque di un progetto, di un'iniziativa animata da uno spirito senza precedenti.
2. Le righe che seguono, sono state scritte da Pier Vittorio Tondelli a metà degli anni Ottanta: «Ecco una proposta che mi viene fatta da una piccola casa editrice, Il lavoro editoriale di Ancona. Tutto sta nel produrre una rivista in forma di libro che raccolga i racconti dei giovani italiani. Per non creare la solita cofusione fra giovani, esordienti, inediti e opere prime, proporrei, come si fa per qualsiasi campionato sportivo, un ferreo limite di età: under 25. Quindi, se siete nati dopo il 1960 e avete qualche racconto da far leggere, altro non dovete fare che inviarlo all'editore, specificando che fa parte del progetto Under 25.» In una successiva occasione, Tondelli scrive: «Nel corso dell'estate del 1985, gli amici del Lavoro editoriale, con i quali avevo collaborato in precedenza, mi proposero l'idea di una rivista per giovani autori italiani, indicandomi una rosa di eventuali responsabili. Dissi chiaramente che mi sarei impegnato in un progetto del genere solo a tre condizioni: la prima, che non si trattasse di una rivista vera e propria, ma di una serie di volumi antologici, in sé e per sé autosufficienti. La seconda, che il limite anagrafico per partecipare al progetto fosse rigidamente fissato sulla soglia dei venticinque anni. La terza, che gli editori si impegnassero a rispondere a chiunque inviasse del materiale.» Risposta assicurata. «La prima cosa che ho imparato nell'apprendistato eseguito sotto la guida di Aldo Tagliaferri, redattore editoriale e critico letterario (nato nel 1931), è stata quella di riscrivere» dice Tondelli. «Quando mi presentai nel suo ufficio con un dattiloscritto di quattrocento pagine frutto di un anno di lavoro, mi aspettavo un'immediata pubblicazione: non mi passava nemmeno per la testa che le quattrocento cartelle sarebbero state ridotte, strapazzate e, infine, dimenticate per far posto a quello che sarebbe divenuto il mio libro d'esordio. Mi sembrava che dopo un bel po' di pensamenti e scrittura il risultato fosse buono. Invece imparai, a mie spese, che niente viene al primo colpo, soprattutto quando si hanno vent'anni e non si è certo geniacci. Bisogna riscrivere, analizzare, rifare, buttar via, per arrivare a qualche risultato; soprattutto se si vogliono raggiungere l'immediatezza e la freschezza, qualità faticosissime e per niente spontanee. Questo ho voluto fare con i testi dei ragazzi presentati nelle antologie Under 25: abituarli a riscrivere.» Il produttore discografico e compositore George Martin, nato nel 1926, fece la sua prima audizione ai Beatles nel 1962, dopo che erano stati rifiutati dalla casa discografica Decca. Martin fece firmare ai Beatles un contratto, sebbene la sua prima reazione fosse stata "Sono piuttosto orribili". La firma del contratto segnò l'inizio di una lunga relazione nella quale l'esperienza musicale di Martin aiutò a colmare il divario fra il talento grezzo dei Beatles e il suono che i quattro giovani musicisti di Liverpool volevano ottenere. I Beatles non sapevano leggere la musica; la loro abilità nel suonare era tuttavia lodevole: il maestro dovette pertanto affinare i loro talenti nascosti. È possibile cogliere la formazione classica di Martin in canzoni come Yesterday o Eleanor Rigby. La maggior parte degli arrangiamenti per strumenti orchestrali veniva realizzata da Martin in collaborazione con i quattro giovani musicisti. Ne è un buon esempio Penny Lane, per cui Martin lavorò con Paul McCartney su un assolo di tromba: McCartney faceva la melodia con le labbra e Martin la trascriveva su uno spartito. «Nella scrittura, così come per il violino, il pianoforte o la pittura, certe cose possono essere insegnate.» È Raymond Carver, a parlare. «Alcuni dei migliori violinisti o pianisti dei nostri tempi hanno studiato con grandi maestri. Questo non vuol dire che chiunque studi con un grande maestro diventerà un grande pianista, violinista o scrittore. Ma perlomeno verrà messo sulla buona strada. Non è che Michelangelo un bel giorno si è svegliato e ha dipinto la Cappella Sistina: ha lavorato come apprendista da un altro pittore per sette anni. Beethoven ha imparato a comporre la sua musica studiando con Haydn e altri compositori. «Penso che la relazione tra allievo e maestro sia una tradizione antica e di tutto rispetto. Non si potrà mai trasformare uno che è incapace di scrivere in un grande scrittore e neanche in uno scrittore decente, ma credo che certe cose possano essere insegnate e trasmesse. E credo di essere stato capace di trasmetterne alcune a certi miei studenti così come loro ne hanno trasmesse altre a me.» È noto che lo scrittore Jay McInerney è stato allievo di Raymond Carver. È noto che Raymond Carver è stato allievo dello scrittore e talentuoso insegnante John Gardner. Aldo Tagliaferri è stato un maestro per il giovane Tondelli. Tondelli è stato, insieme al disegnatore Giancarlo Alessandrini - nel mio piccolo - mio maestro. Nel 1987, Nanni Moretti fonda la casa di produzione cinematografica Sacher Film con l'intento di dare spazio a un cinema impegnato, frutto del lavoro di nuovi autori. Mosso dalla necessità di promuovere buon cinema italiano, Moretti lancia giovani registi: produce gli esordi di Mazzacurati e Calopresti, e nel 1998 premia Matteo Garrone, futuro regista di Gomorra. Con la vincita del Sacher d'Oro per il cortometraggio Silhouette, Garrone gira altri due corti sugli extracomunitari a Roma e compone la trilogia Terra di mezzo, film vincitore del premio speciale al Cinema Giovani di Torino e unico titolo italiano a essere distribuito nella seconda serie dell'esperimento Playbill. Ludwig Wittgenstein ebbe, per maestro, Bertrand Russell. Di tutti gli allievi possibili, l'autore del Tractatus fu per Russell il più geniale e il più eccentrico. Sulle prime dovette trattarsi di una specie di folgorazione reciproca. Nel 1911, a ventidue anni, Wittgenstein aveva lasciato la sua città natale, Vienna, appositamente per raggiungere Cambridge e conoscere il filosofo inglese che era, all'epoca, al culmine della notorietà. Furono giorni di incontri febbrili: Wittgenstein faceva visita al maestro a qualunque ora; intendeva discutere con lui non solo di logica, ma anche di temi come la morte e il suicidio; e il maestro, affascinato dall'eccezionale talento dell'allievo, violando la riservatezza inglese gli aveva aperto le porte di casa. Con tutto che non potevano esservi due individui più diversi: Russell equilibrato e socievole, Wittgenstein nevrotico e misantropo, in seguito eremita in Norvegia, ove avrebbe trovato rifugio all'interno di una capanna che si era costruito da solo. «Gli dissi che in Norvegia sarebbe stato quasi sempre buio» racconterà, in seguito, Russell, «e Wittgenstein mi rispose che odiava la luce del giorno. Gli dissi che era pazzo, e lui si augurò che Dio lo preservasse dalla ragionevolezza». Circa quarant'anni dopo il primo incontro fra il giovane viennese e il suo maestro, nel corso dell'ultimo semestre d'insegnamento di Wittgenstein a Cambridge, fra gli allievi del grande filosofo figurerà Pierre Riches, nato ad Alessandria d'Egitto ottantatré anni or sono, ebreo convertito al cattolicesimo e in seguito ordinato sacerdote, futuro consigliere del cardinale Tisserant, che per circa un decennio diverrà amico e referente spirituale di Pier Vittorio Tondelli, così come in precedenza lo era stato di Iris Murdoch e William Burroughs, Giorgio Manganelli, Elsa Morante e altre eminenti personalità.
3. I giovani che in questo incontro (fra intellettuali invitati a proporre idee per un rinnovamento della politica culturale delle Marche) non vediamo, sono assenti. E proprio non c'entra nulla, ma: quale sarà l'età media delle persone che partecipano al presente consesso? Sto parlando degli uomini - in stragrande maggioranza, per altro, rispetto alle donne: intorno ai cinquanta? Di più? In ogni caso, i giovani, qui fra noi non ci sono. Ma perché sono giovani, appunto, e tutti quanti sappiamo, all'ingrosso, di che razza di teste parliamo: così semi sordi nei confronti di quasi tutto, disinteressati ai contesti, ombrosi e fragili senza causa ma nel contempo, però, irriguardosi, alle volte. Alle volte, parlando di loro, scrolliamo, un poco, le spalle; una larvale sconsolatezza ci coglie, paternamente mescidata a un non so che di rassegnato, a un non so che d'imbarazzo. Scrolliamo, un poco, la testa. Pure, il fatto è che questi giovani che oggi noi non vediamo, sono in realtà degli esclusi. O, più precisamente, questi più giovani che noi non vediamo sono, in realtà, degli espulsi. Non occorre uno scienziato. Non servono saperi particolari per rendersi conto di come stanno le cose. Non appena se ne fa cenno, subito noi comprendiamo, nel cuore del nostro cuore, che questa assenza è in realtà un'esclusione ed è, in realtà, un'espulsione. «Penso che la relazione tra allievo e maestro sia una tradizione antica e di tutto rispetto» dice Raymond Carver. Ora, il fatto è che si tratta, come possiamo ben comprendere guardandoci un poco intorno, qui, adesso, di una tradizione - nell'ambito del letterario e non solo - interrotta. Di una tradizione dimenticata. Il pensiero compie dei gesti concreti e assolutamente un po' fatali tutte le volte che può: e dunque, la dimenticanza è l'altro nome, anche qui, di esclusione, e detto ancor meglio, è l'altro nome, anche qui, di espulsione. «Intendiamo creare un sistema in cui la gente che vuol girare un film non deve inginocchiarsi nell'ufficio di qualcuno» spiegava John Lennon nel 1968. «Chiunque era benvenuto, alla Apple» ricorda Paul McCartney a ventisette anni di distanza da allora. «Ebbene, facemmo questa pazzia. Mettere un'inserzione sul giornale che diceva: "Mandateci le vostre cassette e non le cestineremo. Risposta assicurata".» «Se gli artisti avevano un'idea valida, li avremmo appoggiati. Avevamo una società editrice e avremmo avuto un'enorme insegna: "Non dovete mendicare".» Sottinteso: Come invece è toccato ai Beatles. Noi qui sentiamo la voce di ragazzi inglesi venticinquenni, ventisettenni - George Harrison, Lennon, McCartney - che com'è noto si erano esercitati per anni a suonare musica, non molto dopo la fine della guerra, in Germania: questo paese ex nemico, un paese tragico che aveva avuto sette milioni e mezzo di morti - morti in ogni casa, morti in ogni famiglia. Gran parte di costoro avevano perso la vita nel corso dell'ultimo anno di guerra, ed erano giovani soldati. Giovani sacrificati. C'è qualcosa di francamente spaventoso, che lega l'assenza dei nostri giovani - la loro esclusione, o meglio la loro espulsione - al rischio sempre non compreso ma sempre disponibile di un sacrificio che ovviamente, e per fortuna, in nessun modo riguarda, qui, una messa a morte reale. Come potrebbe trattarsi, infatti, di una messa a morte reale, nel nostro tempo? Ciò nonostante, l'aspetto sùbito capace di irradiare inquietudine è che un simile rischio sia talmente invisibile da trarci in inganno ogni volta e farci credere che esso - il sacrificio in generale di questi più giovani - con ogni evidenza non accade, perfettamente mimetizzato com'è dentro la nozione di mera assenza. «La prima cosa che ho imparato nell'apprendistato eseguito a ventiquattro anni sotto la guida di Aldo Tagliaferri, redattore editoriale della casa editrice Feltrinelli e critico letterario - il mio maestro aveva, all'epoca, quarantotto anni - la prima cosa che ho imparato, dicevo, è stata quella di riscrivere; e questo io ho voluto fare, con i testi dei ragazzi presentati nelle antologie Under 25: insegnare a riscrivere.» «Penso che la relazione tra allievo e maestro sia una tradizione antica e di tutto rispetto» dice Raymond Carver.
L'INIZIATIVA MAESTRO E ALLIEVO L'iniziativa Maestro e Allievo è un programma di incentivazione delle arti, ideato e organizzato da un'équipe che si propone di individuare giovani di talento agli inizi della carriera per consentire loro di trascorrere un anno a stretto contatto con un esponente di spicco della propria disciplina. Istituita nel giugno 2002, l'iniziativa Maestro e Allievo ha una scadenza biennale ed è giunta, nel 2008-2009, alla sua quarta edizione. Animati dalla volontà di fornire un aiuto all'eccellenza individuale, intendiamo contribuire alla continuità delle arti dando a giovani artisti emergenti il tempo di imparare, di crescere e di creare. A ogni edizione del Programma, invitiamo grandi personalità della letteratura, della musica, del teatro, della danza, del cinema, e delle arti figurative a guidare nel loro cammino giovani talenti di riconosciuta capacità che si trovano agli inizi della carriera. In ognuna delle sei discipline del programma, un grande artista accetta, per il periodo di un anno, di assumere la funzione di Maestro nei confronti del proprio Allievo. Maestro e Allievo decidono di comune accordo come svolgere il loro lavoro. A scadenze biennali, un Comitato consultivo composto da personalità di chiara fama propone i nomi dei potenziali Maestri e si fa garante delle loro doti umane e artistiche. Una volta ottenuto l'assenso dei sei grandi artisti, elaboriamo con loro il profilo dell'Allievo con il quale sono disposti a lavorare. Gli Allievi vengono selezionati da sei Giurie esterne, una per ogni disciplina artistica, i cui membri siano qualificati per identificare i candidati potenziali. Per garantire l'imparzialità del loro operare, i membri delle Giurie mantengono un rigoroso anonimato. Le candidature vengono accettate soltanto previa segnalazione delle Giurie: ogni Giuria raccomanda un certo numero di candidati che vengono invitati a presentare la propria domanda di partecipazione. Le Giurie esaminano quindi tutte le candidature e selezionano una rosa ristretta di tre finalisti. Questa formula presenta notevoli vantaggi perché permette ai membri della Giuria di conoscere circa 20 giovani di talento che lavorano nella loro disciplina. Infine, organizziamo un incontro tra finalisti e Maestri a cui spetta la scelta definitiva dei propri Allievi. Nell'arco di un anno, ogni Maestro trascorre con il suo Allievo almeno sei settimane (in alcuni casi questo periodo si è rivelato molto più lungo). Il luogo e il calendario degli incontri vengono fissati di comune accordo. L'interazione fra Maestro e Allievo è molto flessibile e può variare dall'assistere al lavoro del Maestro a una vera e propria collaborazione per la realizzazione di un'opera specifica. Nel corso dell'anno di insegnamento, restiamo in contatto con Maestro e Allievo per fornire, se necessario, un aiuto logistico. Ogni Allievo ottiene una borsa di studio di circa trentacinque milioni di vecchie lire nonché il rimborso delle spese di viaggio. Alla fine dell'anno di insegnamento, rendiamo disponibile un ulteriore importo di circa trentacinque milioni di vecchie lire destinato alla creazione di una nuova opera d'arte, a una pubblicazione, a un'esibizione o all'organizzazione di un evento pubblico. Per garantire la massima visibilità agli Allievi e al Programma, pubblichiamo un libro e realizziamo un film sull'anno di insegnamento. Il nostro sito Internet fornisce informazioni dettagliate in merito. Alla fine dell'anno di insegnamento, restiamo in contatto con gli Allievi e seguiamo con interesse la loro carriera. I risultati dell'interazione con il Maestro cambiano di volta in volta; citiamo fra i più significativi: un nuovo romanzo, una produzione teatrale, l'inizio di una carriera nel corpo di ballo del Maestro, un'effettiva collaborazione artistica... In ogni caso, noi sappiamo che, per la maggior parte dei giovani artisti, il lavoro eseguito con i Maestri eserciterà effetti positivi ancora per molti anni. Dall'istituzione dell'iniziativa, nel 2002, 234 fra artisti ed eminenti personalità del mondo della cultura hanno partecipato al programma. Fra di essi vanno citati i 67 membri del Comitato consultivo che hanno messo a disposizione le loro competenze nella selezione dei Maestri e i 121 membri delle Giurie che hanno collaborato nella selezione degli Allievi. È nata così una comunità delle arti che abbraccia attualmente più di quaranta Paesi e la cui potenzialità si accresce costantemente. Martin Scorsese, Maestro, Celina Murga, Allieva. L'Allieva Celina Murga (cinema, Argentina) ha trascorso due mesi con il Maestro Martin Scorsese sul set del nuovo film Shutter Island. Con grande sorpresa del personale degli studios, è stata invitata a entrare nel sancta sanctorum, il laboratorio di montaggio nel quale il film assume la sua forma definitiva. «Ho semplicemente cercato di incoraggiare la sua visione artistica, il modo in cui lei si esprime con i mezzi visivi», dice Scorsese. Dalla sua istituzione, nel 2002, l'iniziativa Maestro e Allievo favorisce la nascita di nuovi talenti artistici grazie alla compresenza di tre importanti elementi: la guida di eminenti personalità, il nostro impegno finanziario e il fatto che, alla fine dell'anno di insegnamento, gli Allievi possano realizzare un'opera originale, che si tratti della pubblicazione di un libro, di un allestimento, di un'esposizione o di un film. Successivamente, noi di Rolex seguiamo da vicino la carriera dei giovani artisti, garantendo la visibilità delle loro creazioni. Questa encomiabile, monumentale iniziativa di protezione e sprone delle arti, (vòlta dentro una voluta sottolineatura all'eccellenza individuale) sprigiona, dunque, da un'azienda che produce orologi esclusivamente di lusso appellandosi al desiderio di consumi di elevata gamma qualitativa e costo - desiderio che probabilmente è in molti di noi e comunque, in me, di sicuro. «Penso che la relazione tra allievo e maestro sia una tradizione antica e di tutto rispetto» dice Carver. Lo credo con fermezza. Tendo a ripeterlo come un mantra. Ma a parte questo, non credo dovrebbero essere i signori della Rolex, i soli a indicarci la strada. Non sono necessari budget milionari. Però ci servono uno spirito e un pensiero adatti. Uno spirito politico adatto. Volgersi verso i più giovani è contenuto in questo genere di spirito e rappresenta ai miei occhi un pensiero notevolmente adatto. «La creazione artistica non è un evento solitario, legato alla sfera dell'intuizione individuale. Non è una rivelazione privata. È, per converso, un laboratorio dinamico. «Dipingere un quadro o scolpire una scultura possono anche essere avventure pronte ad accogliere più voci; pittori e scultori possono anche abbandonare atteggiamenti ascetici e monastici» ormai scopertamente caricaturali, che in modo non consapevole essi tendono a servirci ancor oggi in salsa individuale-romantica, per trasformare il loro lavoro in un dialogo; «come nelle botteghe rinascimentali, ove i maestri pittori, orafi e scultori, trasmettevano il loro insegnamento agli allievi, dei quali seguivano la crescita e la maturazione. «Bauhaus: una scuola che è un organismo sociale in cui si pongono sul medesimo piano la sfera didattica e quella produttiva. Una comunità che favorisce lo scambio tra i linguaggi, alimentando il confronto di maestri e allievi durante tutto il giorno, in una coinvolgente immersione: "Si cercava così" - dice Argan - "di togliere alla creazione artistica ogni carattere di eccezionalità e di sublime, per risolverla in un ciclo normale di attività".» Risolverla, in un ciclo di attività desacralizzate. «Le factory nate fra gli anni Sessanta e i Novanta: da quella di Warhol - frequentata anche da musicisti come Lou Reed e i Velvet Underground, molto seguiti dai ragazzi - a quella di Keith Haring e di altri artisti ancora. Officine dell'ingegno. La storia dell'arte dispone con ogni evidenza di laboratori ove l'operare del singolo viene sostituito dall'unione di più creativi. Takashi Murakami (nato nel 1963) ha fondato negli anni Novanta la Hiropon Factory, (che prende le mosse dalla factory di Warhol), centro di sperimentazione e ricerca ove Murakami realizza le sue opere, e nel contempo osservatorio, cantiere-laboratorio per i nuovi talenti dell'arte contemporanea giapponese.»
Officine ingegnose. Factory. Laboratori. Secondo la mia esperienza, vi sono piccole case editrici di cultura e ricerca, nella nostra regione, che senza ricorrere a rivoluzioni particolari potrebbero pensarsi, fra le altre cose, come delle factory - sempre che quanti le animano si mostrassero consentanei all'ipotesi; e ve ne sono alcune, comunque, che in certo qual modo contemplano dall'inizio determinate ipotesi di lavoro, per esempio occupandosi dei narratori più giovani; considerandoli, in determinati casi, alla stregua di veri e propri allievi; seguendoli, per quanto possibile, nel corso del tempo e incentivandoli, soprattutto, a confrontarsi l'un l'altro. Le righe che seguono - righe per fortuna finali - sono poste al solo ed esclusivo compito di chiarire un po' meglio da dove sto parlando. Durante la mia attività di piccolo editore di ricerca e cultura sono stati diversi, gli autori esordienti o comunque nuovi che ho pubblicato e coi quali ho potuto familiarizzare. Alcuni sono marchigiani: Luigi Di Ruscio (poi edito da Baldini & Castoldi) e Gianni D'Elia; Gilberto Severini (poi edito da Rizzoli); Silvia Ballestra (poi edita da Rizzoli); Silvia Magi (poi edita da Rizzoli); Raffaella Krismer (poi edita da Baldini & Castoldi); Angelo Ferracuti (poi edito da Guanda); Diana Boria e Federica Fermani (edite da Mondadori) - questo per quanto riguarda la "tribù" marchigiana, diciamo; ma di sicuro, non mi sono rifiutato di adoperarmi, al momento opportuno, anche per gli esordi di Claudio Lolli (poi edito da Feltrinelli); Pino Cacucci (poi edito da Feltrinelli); Alessandro Tamburini (poi edito da Bompiani); Lorenzo Marzaduri (poi edito da Mondadori); Andrea Demarchi (poi edito da Rizzoli); Romolo Bugaro (poi edito da Rizzoli); Marco Franzoso (poi edito da Baldini & Castoldi); Giuseppe Casa (poi edito da Rizzoli); Giulio Milani (poi edito da Baldini & Castoldi); Omar Cerchierini (poi edito da Rizzoli); Mirko Romano (edito da Rizzoli) e Lello Voce o Enrico Brizzi, (poi edito da Baldini & Castoldi); né, sempre volgendomi alla scrittura giovane tramite la pubblicazione di apposite antologie, ho fatto mancare il mio sostegno a ventenni che si chiamavano Andrea Canobbio, Gabriele Romagnoli, Giuseppe Culicchia, Claudio Camarca, Andrea Mancinelli, Marco Mancassola e Cristiano Cavina insieme ad altri, successivamente pubblicati dai maggiori editori del Paese quali Einaudi, Mondadori, Garzanti. E poi, in un momento d'interruzione dei rapporti col suo editore di sempre, Feltrinelli, ho stampato per due volte un bel romanzo di Claudio Piersanti intitolato Charles. I libri di Ballestra, Brizzi, Cacucci, Demarchi o Bugaro da me audacemente lanciati sul mercato italiano, sono stati in seguito tradotti e pubblicati da autorevoli editori europei quali Diogenes, Seuil, Piper, e in un paio di casi sono diventati film. Le piccole case editrici di cultura delle Marche possiedono un atteggiamento di ricerca che non solo le rende specifiche nel panorama dell'editoria del Paese, ma le fa essere - còlte in uno sguardo d'assieme - un laboratorio d'avanguardia di assoluto valore; sia quando la ricerca è vòlta alla nuova narrativa, sia quando le scelte editoriali privilegiano la storia regionale e la storia tout-court, la filosofia del secondo Novecento, il pensiero politico moderno o le scienze umane. Servendosi di strumenti-saperi contemporanei che prendono il posto appartenuto in passato all'erudizione, i nostri piccoli editori non solo interrogano con moltiplicata efficacia i fondamenti della cultura delle Marche, ma tracciano percorsi che in seguito - e giustamente - verranno battuti da tanti, come se determinati itinerari di ricerca fossero sempre esistiti. E invece, non sono sempre esistiti. Per esempio, i nuovi narratori giovani pubblicati in Italia durante gli anni Settanta sono, in tutto, cinque. Paris e Cordelli, compresi. Palandri incluso. Mentre nei primi sei anni del decennio successivo, con gli esordi di Claudio Lolli e D'Elia, Severini e Cacucci, Attilio Lolini e Daniele Gorret, più la prima antologia "Under 25" curata da Tondelli, più il secondo romanzo del trentenne Claudio Piersanti, una piccola struttura marchigiana da sola produrrà in quello stesso ambito di ricerca l'equivalente - comprendiamo - di un passo da gigante. Allora noi dovremmo incoraggiare e aiutare - ma di sicuro - le piccole case editrici di cultura della nostra regione animate dalla propensione a essere officine, factory, laboratori; incoraggiarle a esercitare, entro una rete, un ruolo essenziale in progetti che, per esempio, potrebbero coinvolgere narratori ed editor esperti di scrittura, coi nostri smalltown boys in cammino verso il linguaggio romanzesco; le nostre università, e determinate ricerche di studiosi più giovani, studiosi agli inizi - ricerche per le quali fossero ipotizzabili pubblicazioni a stampa tendenzialmente in grado di interessare un certo numero di lettori a livello nazionale. Quanto al resto, il tempo degli intellettuali solo compresi nelle loro carriere individuali è - io credo - al tramonto. I maestri devono abitare nelle officine, nei laboratori, nelle factory - e insomma ovunque vi siano, credo io, degli allievi. Ovunque, meno che nella privatità di minuto in minuto più celibe e trista dell'intellettuale tradizionale. Occorrerà spalancare un bel po' di finestre e occorrerà far circolare l'aria, per questo. Occorrerà venir via da tutto l'arcaico individuale-romantico che ancora ci indora la testa. Senza degli adatti occhiali di nuova generazione, per esempio, mai riusciremo a distinguere il mimetismo disperato attraverso cui Leopardi acutamente individua e ci dice delle perniciose rivalità di tutti i marchigiani fra loro e, massime, fra i compaesani più stretti, pur restando perfettamente inconsapevole del fatto che è proprio il suo risentimento mimetico verso gli incolti del luogo, ad aguzzargli così bene la vista. Aguzzare la vista; ascoltiamo cosa dice il linguaggio: acuminarla, affilarla, fino a renderci insopportabilmente visibile e nitido lo scandalo dell'orrenda pagliuzza nell'occhio del nostro rivale vicino. Come da consolidato copione, tornerò sull'argomento "pagliuzza" in futuro, se pure il suono della sola risposta possibile sia in viaggio alla volta dei nostri orecchi da 2010 (e rotti) anni ma quelli - gli orecchi, si vuol dire - sempre cocciutamente adorni di squisito prosciutto nostrale e assordante mimetismo rivalitario, nulla odono. Massime, a proposito della ben nota trave di cui, pure, ci è stato detto. Comunque, quel che sapremo fare volgendoci verso i più giovani rappresenta la vera ricchezza. Solo guardando ai giovani e facendosi di casa in ciò che culturalmente è nuovo, le istituzioni sapranno orientarsi e prefigurare in maniera adatta l'azione capace di trasformare il nostro territorio in un'avanguardia totale - per riprendere una suggestione posta da Antonio Gnoli mentre il nostro convegno s'avvia a conclusione - realmente civile, pacifica, e di nuova concezione.
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20.01.2010