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| La cultura marchigiana: secondo motore dello sviluppo locale o vecchia stampella? |
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| Gli editoriali | ||||||
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Sabato e domenica scorsi, 100 intellettuali marchigiani sono stati riuniti per iniziativa della presidenza della Regione con l'obiettivo di discutere della cultura locale, della sua promozione e salvaguardia e di come possa essere utilizzata in termini di valorizzazione economica. Lo stesso presidente Spacca ha esplicitato il progetto cultura come secondo motore dello sviluppo locale, in affiancamento sinergico all'industria manifatturiera. Personalmente, oltre ad acquisire indegnamente uno status, quello di intellettuale, ho appreso molte cose interessanti. Della teoria aziendalistica dell'agenzia, ad esempio, circostanza che si manifesta in modo particolare nell'ambito della tutela dei beni culturali. L'eccesso dei restauri rispetto agli interventi di mantenimento e conservazione dell'opera ne è la testimonianza più clamorosa. Infatti, mentre il restauro, finanziato con denaro pubblico, è un output visibile, il processo di conservazione e riduzione del danno non produce valore aggiunto estetico, dunque neanche valore aggiunto sul piano del consenso. Il bene che più sta a cuore al mondo della politica. Sul piano dell'efficienza della spesa e su quello dell'obiettivo funzionale della conservazione, l'effetto agenzia si configura come una forma perniciosa di spreco. I restauri sono più costosi e non intervengono sulla dimensione strutturale dell'opera. Ho appreso anche, che una quota consistente degli operatori culturali regionali tende a muoversi su una linea di conservatorismo, sia sul piano culturale che su quello operativo. Per quel che concerne l'operatività, si fa fatica a pensare in modo compiuto il legame tra cultura e mercato; inoltre vi è da parte della politica un'incapacità nel porsi come soggetto mediatore e di facilitazione (governo imprenditore) fra gestione dei beni pubblici e sociali, come sono quelli culturali e reali fabbisogni finanziari espressi dal settore, ormai non più assicurabili in termini di adeguatezza dalla esclusività del finanziamento pubblico. Tutto ciò fa si che nel settore cultura - che ripeto si vorrebbe possibile secondo motore dello sviluppo regionale - si finisca per sottovalutare in modo incredibile la dimensione della domanda. Per costruire un'economia della cultura, occorre costruire un mercato culturale con produttori e consumatori di cultura. Eppure nel tavolo a cui ho partecipato tale evidenza ha creato non pochi problemi e a non pochi partecipanti. Per un incolto sociologo come il sottoscritto, ascoltare che qualcuno teorizzi la separazione fra politiche culturali e turistiche suona come un non senso: un aristocratico intellettualismo distintivo privo di qualsivoglia significativo impatto sociale. Per affermarsi un'economia necessita di massa critica, dunque di ampliamento della scala. Organizzazione tecnica, controllo dell'efficienza dei processi e conquista di quote crescenti di mercato sono le tre leve irrinunciabili per conseguire risultati significativi. Sotto questo profilo la programmazione strategica è lo strumento guida di ogni progettualità. Ciò impone di superare due limiti cruciali. Da un lato i rapporti di mercato politico che sottendono la relazione fra enti locali e operatori/strutture culturali da trasformare in vere e proprie dinamiche performative (amministrazioni di prestazione) contrapposte al particolarismo semi-clientelare e assistenzialista del presente; dall'altro l'idea che la bellezza del territorio e del patrimonio locale possa essere di per sé sufficiente a creare economia. Sia pure con un atteggiamento di provocazione intellettuale ha ragione Ejarque, guru internazionale nel rilancio culturale e turistico di città come Barcellona e Torino: l'attrattività di un luogo è determinata dai tourist operator internazionali e dalle compagnie aeree low coast. Logistica, infrastrutture materiali e immateriali (a es. autostrade digitali), leadership politica e capacità negoziale in ambito globale sono prerogative fondamentali per ripensare un territorio come contenitore di economie "cultural oriented". Dicevo sopra anche di un certo conservatorismo culturale degli operatori che trova nell'idea di luogo e di identità locale marchigiana la sua espressione più esplicita. Essa è di fatto mitizzata e come tale va disvelata e posta a critica. Un mito, nella prospettiva di Lèvi-Strauss è una risoluzione immaginaria di cose reali. In merito Zizek argomenta che occorrerebbe ascoltare Lèvi-Strauss anche quando afferma che il mito di Edipo trattato da Freud è un altra versione del medesimo mito da trattare allo stesso modo del mito originario. In definitiva, successive variazioni di un mito provano a spostare e risolvere in un altro modo la contraddizione che il mito originario cercava di risolvere. La tessitura narrativa e simbolica dell'identità marchigiana, ovvero come i punti di vista intellettuali istituzionalizzati la raccontano nella dimensione pubblica è mitizzante nella misura in cui non accetta le contraddizioni sociali e storiche che comporta la sua riproduzione sotto forma di simulacro. Infatti le comunità locali, di vicinato, di paese, di quartiere che offrivano il quadro spazio temporale per le ritualizzazioni identitarie appaiono realtà dissolte dalla modernità, sia sul piano antropico che presenta uno spazio di urbanizzazione continuo sempre più assimilabile ad un asset logistico della produzione e del consumo (si pensi all'addensamento demografico costiero delle Marche), sia su quello simbolico che ha eroso le tradizioni attraverso un repentino processo di sostituzione che dalle etiche locali ha traghettato i marchigiani verso le estetiche mediali e consumistiche, terreno non dei luoghi ma degli immaginari. In questo quadro all'indebolirsi delle appartenenze/identificazioni collettive subentra l'individuo che forse con eccesso ideologico noi stessi sociologi vediamo troppo isolato, liquido e sottratto di essenzialità. L'individuo può subire tali circostanze ma può anche creativamente riscrivere il suo quotidiano, costruirne il senso, come direbbe De Certeau inventarselo. Oggi, più che sparire, come sostiene Touraine, il soggetto sembra far irruzione nel mondo sociale e mai come prima nella storia. Di fronte a questo scenario, l'identità marchigiana e i suoi produttori istituzionali provano a evitarsi, un'imbarazzante domanda che Lacan pone a Dio: "ma sai di essere morto?". Il Dio di Lacan, a differenza di quello di Freud non è morto, è inconscio. A me pare che tutto questo continuo reinventarsi il passato per traslare nel presente ciò che non è più, lungi dal configurare comunità reali da forma a quelle che i sociologi definiscono comunità immaginate. Ovvero tessuti narrativi di significato che coinvolgono gruppi di individui i quali recuperano, reificandole tradizioni dei luoghi di origine pur non avendo più con questi alcun concreto legame. I giovani terroristi di origine pakistana che operano a Londra, inglesi nella loro "natura sociale", sono l'espressione più limpida dell'idea di comunità immaginata. Diventano fondamentalisti religiosi pur non essendo stati educati e formati nel contesto di cui rivendicano l'origine e dal quale non hanno assunto i tratti identitari. Essi operano una mitizzazione della Umma (la comunità dei credenti musulmani) e la recuperano come strumento per risolvere la loro contraddizione di stranieri in patria. Una contraddizione di ambivalenza, di vicinanza e lontananza, di similarità e alterità già evidenziata con grande acume da Simmel. Ho la sensazione che tra gli intellettuali marchigiani, quelli che delle Marche hanno ormai solo un ricordo, sono anche i più agguerriti difensori delle "tradizioni violate" Chiudo riprendendo un argomento accennato: la relazione tra turismo e cultura, da alcuni vista come un legame incestuoso dove la parte violentata nel rapporto è ovviamente la cultura. Scrive Martine Segalen: "Se le identità appaiono come un tema di alto profilo, degno di attento studio..non si può dire altrettanto del fenomeno turistico spesso accusato di contaminare la cultura autentica e originale, o persino di sradicarla. In realtà, stiamo assistendo ad un processo inverso; fra tutte le cause di rivitalizzazione dei riti pubblici, infatti, la presenza dei turisti riveste un ruolo di grande importanza". Jeremy Boissevain, studiando per circa venti anni le feste celebrative dei santi patroni e della settimana santa nei villaggi maltesi osserva che le festas hanno avuto un incremento rituale grazie alla presenza di turisti. Questa popolazione esognena contribuisce a riabilitare tali feste presso le èlite urbane che prima si identificavano con i coloni inglesi mentre oggi cercano di ricreare le radici di un'identità collettiva autoctona. Sotto questo aspetto si pensi a quanto è avvenuto nel Salento con lo straordinario successo turistico e la forte rivitalizzazione della tradizione attraverso la festa della pizzica e della taranta. Insomma se le Marche vogliono aspirare a sviluppare una economia "cultural led" hanno necessità anche di reinventarsi un passato tradizionale turisticamente appealing, fare ciò che si chiama marketing mitografico, o se vogliamo economia dell'immaginario (fiction economy) ma ben ancorati al presente. Tra 20 anni , ad esempio, che identità sarà quella di Ancona dato che nel 2009 in città su poco più di mille nati , ben 277 (oltre il 25%) è di genitori non italiani?. In molti contesti internazionali, Cina in primis, nel recupero delle parti storiche e antiche delle città si sta sviluppando una formula inedita di sviluppo trainato da interventi culturali (cultural-led) che produce (nuovi) contesti ed è una opportunità per progetti urbani, attraverso il ritorno di simbolismi ed ideologie che erano stati aboliti dalla scena urbana. Inoltre, per comprendere il nuovo fruitore delle offerte culturali occorre servirsi in modo appropriato degli strumenti dell'antropologia culturale, ponendosi la domanda che Giancarlo Dall'Ara esplicita dando il titolo a un suo libro: Perchè le persone vanno in vacanza? . La vacanza come festa, come ricerca del Centro, come effettuazione di un Rito permette una lettura più profonda del fenomeno turistico. La mitografia, inoltre, nella misura in cui le radici delle azioni dell'uomo sono rintracciabili in costumi arcaici e i modelli delle esperienze umane sono cristallizzati nei miti, consente di svelare significati nascosti dei comportamenti individuali. Il richiamo al mito riesce cosi a spiegare molte forme di esperienza turistica. Se non operiamo questa necessaria torsione pragmatica, ovvero usare cultura e identità come prodotti economici e non come simulacri di primigenie appartenenze rischiamo di rimanere imprigionati nel circolo vizioso che Massimo Canalini osserva nella produzione culturale e letteraria: l'interpretazione di un presente che ci sfugge ricorrendo al profondo arcaico della nostra storia. Qualcosa che possiamo solo re-inventarci e sottoporre sempre a pregiudizio ermeneutico ma che appunto per questo non attiene la realtà effettuale. Se si vuole la cultura come secondo motore dello sviluppo marchigiano, la falsa ingenuità intransigente del tradizionalismo intellettuale va evidenziata e accantonata, pur riconoscendo la legittimità di un immaginario intellettuale che voglia rintracciare nel presente i paesaggi descritti da Leopardi; che pensi, o meglio si illuda che il territorio possa assumere le sembianze di un prezioso gioiello sempre uguale a se stesso Se il dilemma è tra localismo e cosmopolitismo, tra continuità e trasformazione, lo stesso è forse sciolto già nel presente. Per chi vive ad Ancona osservare due ragazzini pakistani che parlano in dialetto e giocano a cricket in Piazza Pertini è quanto di più istruttivo si possa leggere sul futuro identitario delle Marche. I due, sono molto più marchigiani del sottoscritto, nato e vissuto in Val Vibrata, terra di mezzo e di contrabbandieri, vista con sospetto sia dagli abruzzesi che dai marchigiani. Quanto sarebbe bello se il prossimo grande intellettuale marchigiano fosse un "negro"!
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