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L’appartenenza: un possibile antidoto alla fase arcaica individuale-romantica PDF Stampa
Gli editoriali

erikadi Erika Giorgini 02.02.2010

Avevo scritto per "la vita pubblica" un breve articolo sulla ormai pervadente e pervasiva "questione giustizia" e sull'irritante tendenza a confinare la lettura del fenomeno in comode e rassicuranti visioni di destra o di sinistra e, dunque, in ragione delle personali convinzioni di ciascuno, di bene o di male, quando, felicemente, mi sono imbattuta nel caldo articolo di Massimo Canalini, sempre su "VP" (del 20.01.2010 ndr). Non ho resistito.

Il tempo del presente non ha un senso se non in termini relazionali, in fondo il presente finisce per non esistere senza un passato e senza un futuro, per quanto essi possano essere prossimi sono necessari al presente. Il rapporto Maestro-allievo coglie, forse più di ogni altro, questo legame. Un legame sottile e prezioso, capace di creare un ponte tra generazioni.

L'università resta, nonostante la Sua funzione sia sempre più messa in discussione, il ‘luogo' per eccellenza nel quale è possibile sperimentare un simile tipo di legame che trascende la disciplina (l'arte, il mestiere) che ci si avvia a tentare di possedere. Da giovane e da allieva che ha avuto la fortuna di sperimentare un simile legame, non mi posso, allora, non interrogare sulla evocata interruzione della relazione Maestro-allievo di cui parla Canalini e alla quale addebita, giustamente, la fase arcaica individuale-romantica imperante.

Recentemente mi è stata offerta l'occasione di partecipare ad una iniziativa «a maggiore e affettuosa testimonianza di un insigne Maestro dell'Accademia italiana» così come l'ha voluta definire con grande sensibilità il suo curatore. Tutti i contributi, generalmente strutturati nella forma epistolare, mettono in luce il ruolo del Maestro (in particolare, del mio) e, conseguentemente, quello dell'allievo. Il rapporto Maestro-allievo si snoda inevitabilmente intorno ad una non comune personalità che sa trasmettere, difficilmente può funzionare soltanto tramite il meccanismo dell'insegnare-imparare, il senso di un'esperienza totalizzante che si fa progetto.

Mi pare, allora, che il legame si interrompa e si delinei nell'esclusione-espulsione quando viene meno l'idea che si possa essere attivamente parte di un progetto. Del resto, non può sfuggire che, specialmente nell'Accademia, ma il discorso può essere facilmente generalizzabile, il senso dell'appartenenza è visto soltanto in accezione negativa quale sinonimo di asservimento e di appiattimento. Non è così. In un progetto ci si riconosce in tanto quanto è capace di rappresentarti. Tentando parallelismi, non è forse lontano dal vero ipotizzare che proprio la visione negativa del senso di appartenenza che, invece, da sempre caratterizza, con varie sfumature e intensità, ogni genere di legame è una delle cause della profonda crisi della vita pubblica.    

Commenti
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stef  - no titolo   |89.119.251.40 |2010-02-02 18:38:45
E' molto difficile in Italia scollegare il significato di appartenenza e, quindi la sua natura, con quello di clan, tanto che anche quando assistiamo a rapporti di sentita condivisione di valori comuni, non è difficle veder prevalere le insidie di una sedimentata correlazione di sottili rapporti di
potere. E' uno dei tanti problemi emersi con l'insorgere di una cultura che ha abdicato proprio dalla visione di un progetto comune, per focalizzarzi sulla frammentazione e sulla dispersione delle competenze. Non c'è cultura là dove non c'è incontro e scambio e i tanti linguaggi rischiano di
convivere solo in apparenza come nella torre di Babele.
franz  - il tempo e le generazioni   |193.205.135.254 |2010-02-04 12:27:33
cara proffy E, la prima cosa che sottolineo è la tua fiducia nella storia e nel progresso, cosa che ti fa onore, specie di fronte al mio disincanto. Come sai dai ns auting io credo che l'unica realtà - se vuoi dimensione - che conti sia il presente. Con Durkheim ribadisco che siamo quello che
facciamo non ciò che pensiamo, dunque è la realtà effettuale presente quella che conta. Il ns passato attualizzato è sempre una re-invenzione proiettiva, il futuro invece è una narrazione immaginaria che serve a sollevarci da un presente che non ci soddisfa. In quanto tali sono mere
manifestazioni della nostra irrisolutezza psico-esistenziale, ma l'unità agente individuale alla Blumer è un animale sociale presente, la sua fenomenologia non può che manifestarsi in tale ambito della percezione temporale. Poi c'è la relazione Maestro-Allievo che spesso surroga quella inconscia
col padre, con la necessità simbolica della sua morte che Freud equipara a quella Dio. Uccidere il nome del padre significa portarselo per sempre dentro. Ti consiglio di rileggere in questa chiave la lettera di kafka al padre e analizzarla in base al mito del senso di colpa studiato da Ricke: il
senso di colpa è intriso nella sacralizzazione della cultura è il ricordo atavico di quando un uomo ne uccise un altro lo mangiò e lo fece Dio. L'altro uomo era un padre a mio giudizio. In questo meccanismso, dato che riprendi il mio elettivamente affine Massimo Canalini, voglio farti notare di
quanto mimetismo girardiano possa esserci tra Maestro e Allievo. Un giorno si potrebbero mangiare a vicenda! Per molti, versi, sia pure metaforici, non è così che Maestri e Allievi si amano e odiano, si piacciono e disprezzano? Ambivalenza mia cara dovrebbe essere il tema del ns prossimo auting.
erika   |94.101.49.6 |2010-02-05 01:42:22
Intendevo più o meno quello che mirabilmente è stato cantato da gaber.
Il significato etimologico della parola progetto - (l'azione di)gettare avanti -ci ricorda che non appartenere, nel senso di non contribuire, ad un progetto finisce per essere inevitabilmente ed inesorabilmente una rinuncia al
domani. L'utilizzo controfunzionale dell'appartenza è responsabilità personale e non può essere morivo per rinunciarvi. Sarebbe come sostenere che poichè è possibile l'abuso del diritto si deve eliminare il diritto.

L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il
conforto di un normale voler bene
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
non è un insieme casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza è avere gli altri dentro di sé.

Uomini
uomini del mio passato
che avete la misura
del dovere
e il senso collettivo dell'amore
io non pretendo di sembrarvi amico
mi piace immaginare
la forza di un culto così antico
e questa strada non sarebbe disperata
se in ogni uomo ci fosse un po' della mia vita
ma piano piano il mio destino
é andare sempre più verso me
stesso
e non trovar nessuno.

L'appartenenza
non è lo sforzo di un civile stare insieme
non è il conforto di un normale voler bene
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
è assai di più della salvezza personale
è la speranza di ogni uomo che sta male

e non gli basta esser civile.
E' quel vigore che si sente se fai parte di qualcosa
che in sé travolge ogni egoismo personale
con quell'aria più vitale che è davvero contagiosa.

Uomini
uomini del mio presente
non mi consola l'abitudine
a questa mia forzata solitudine
io non
pretendo il mondo intero
vorrei soltanto un luogo un posto più sincero
dove magari un giorno molto presto
io finalmente possa dire questo è il mio posto
dove rinasca non so come e quando
il senso di uno sforzo collettivo per ritrovare il mondo.

L'appartenenza
non è un insieme
casuale di persone
non è il consenso a un'apparente aggregazione
l'appartenenza
è avere gli altri dentro di sé.

L'appartenenza
è un'esigenza che si avverte a poco a poco
si fa più forte alla presenza di un nemico, di un obiettivo o di uno scopo
è quella forza che prepara al
grande salto decisivo
che ferma i fiumi, sposta i monti con lo slancio di quei magici momenti
in cui ti senti ancora vivo.

Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi.
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