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| L’appartenenza: un possibile antidoto alla fase arcaica individuale-romantica |
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| Gli editoriali | |||||||||||||||||||||||||||||||||
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Avevo scritto per "la vita pubblica" un breve articolo sulla ormai pervadente e pervasiva "questione giustizia" e sull'irritante tendenza a confinare la lettura del fenomeno in comode e rassicuranti visioni di destra o di sinistra e, dunque, in ragione delle personali convinzioni di ciascuno, di bene o di male, quando, felicemente, mi sono imbattuta nel caldo articolo di Massimo Canalini, sempre su "VP" (del 20.01.2010 ndr). Non ho resistito. Il tempo del presente non ha un senso se non in termini relazionali, in fondo il presente finisce per non esistere senza un passato e senza un futuro, per quanto essi possano essere prossimi sono necessari al presente. Il rapporto Maestro-allievo coglie, forse più di ogni altro, questo legame. Un legame sottile e prezioso, capace di creare un ponte tra generazioni. L'università resta, nonostante la Sua funzione sia sempre più messa in discussione, il ‘luogo' per eccellenza nel quale è possibile sperimentare un simile tipo di legame che trascende la disciplina (l'arte, il mestiere) che ci si avvia a tentare di possedere. Da giovane e da allieva che ha avuto la fortuna di sperimentare un simile legame, non mi posso, allora, non interrogare sulla evocata interruzione della relazione Maestro-allievo di cui parla Canalini e alla quale addebita, giustamente, la fase arcaica individuale-romantica imperante. Recentemente mi è stata offerta l'occasione di partecipare ad una iniziativa «a maggiore e affettuosa testimonianza di un insigne Maestro dell'Accademia italiana» così come l'ha voluta definire con grande sensibilità il suo curatore. Tutti i contributi, generalmente strutturati nella forma epistolare, mettono in luce il ruolo del Maestro (in particolare, del mio) e, conseguentemente, quello dell'allievo. Il rapporto Maestro-allievo si snoda inevitabilmente intorno ad una non comune personalità che sa trasmettere, difficilmente può funzionare soltanto tramite il meccanismo dell'insegnare-imparare, il senso di un'esperienza totalizzante che si fa progetto. Mi pare, allora, che il legame si interrompa e si delinei nell'esclusione-espulsione quando viene meno l'idea che si possa essere attivamente parte di un progetto. Del resto, non può sfuggire che, specialmente nell'Accademia, ma il discorso può essere facilmente generalizzabile, il senso dell'appartenenza è visto soltanto in accezione negativa quale sinonimo di asservimento e di appiattimento. Non è così. In un progetto ci si riconosce in tanto quanto è capace di rappresentarti. Tentando parallelismi, non è forse lontano dal vero ipotizzare che proprio la visione negativa del senso di appartenenza che, invece, da sempre caratterizza, con varie sfumature e intensità, ogni genere di legame è una delle cause della profonda crisi della vita pubblica.
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