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di Francesco Orazi 02.02.2010
Senza il rischio di essere tacciati di ideologismo, è palese il manifestarsi di un'emergenza lavoro. I dati degli ultimi 18 mesi sono espliciti, la disoccupazione aumenta in Italia come nel resto dei paesi occidentali. Per dare un senso alle proporzioni basta ricordare che il governo Berlusconi ha aperto ben 150 tavoli vertenziali con altrettante aziende che hanno licenziato o cassaintegrato in blocco e senza un futuro produttivo le proprie maestranze. Se la debacle finanziaria internazionale sembra aver superato la sua fase acuta, non è così per le ripercussioni che la stessa produce in ambito produttivo (mortalità delle imprese) e sul mercato del lavoro (perdita di posti di lavoro). Questa apparente paradossale asimmetria si spiega con le diverse dinamiche dei mercati finanziari rispetto a quelle che insistono nell'economia reale.
I mercati finanziari annunciano la crisi, sono i primi ad avvertirla ma sono anche i primi a superarla; la tempistica è diversa per l'economia reale dove invece le fasi acute si manifestano successivamente rispetto all'andamento della finanza. Intento di questa riflessione non è far parlare i numeri ma concentrarsi su coloro in carne ed ossa che gli stanno dietro. Quello che interessa al mio discorso è cercare di comprendere cosa la disoccupazione, o meglio la perdita dell'impiego rappresenti per un individuo, come questo stato si ripercuota sul suo quotidiano, sulla sua psicologia e dunque sui suoi comportamenti sociali. Anche se declinata al singolare, la disoccupazione si presenta con manifestazioni multiformi. Essere stabilmente (strutturalmente) disoccupato e abituarsi a vivere attraverso meccanismi assistenziali non è la stessa cosa che perdere un lavoro a tempo indeterminato. Mentre la prima condizione, pur se dolorosa e iniqua forma individui per molti versi rassegnati e imprigionati nella loro dimensione di soggetti deboli, la seconda implica traumi più rischiosi, poiché esplicita una caduta di status che spesso si ripercuote sui complessi dell'autostima. Per provare a spiegare questo fatto torno indietro nel tempo, a quindici anni fa, quando per conto della Regione Abruzzo condussi una ricerca sulle nuove forme di povertà. Intervistando presso una mensa dei poveri di Pescara un ex insegnante di lettere, il quale dopo il suo divorzio, oltre che cadere in indigenza economica era divenuto alcolizzato, feci una scoperta per me rimasta fondamentale. L'ex insegnante, suffragato dal direttore della mensa, mi raccontò di come fosse stato complicato per lui accettare di rivolgersi alla Caritas per mangiare, vestirsi, lavarsi e avere un tetto. Lui che nella vita aveva sempre lavorato, avuto rispetto dalla gente e per la gente si trovava a dover chiedere aiuto per tutto. Trascorso un periodo di vita in strada fu ricoverato in ospedale e da lì, dopo aver rischiato di morire per una polmonite capì che sì, era diventato povero e i poveri non sono auto-sufficienti. Sempre nella stessa mensa incontrai un immigrato africano tossicodipendente che invece mi raccontò con grande disinvoltura di come lui - appena giunto in Italia - si fosse messo in cerca di canali assistenziali. Sai mi disse: "alla fine è molto comodo avere un pasto, vestiti e un letto gratis". Chi nasce povero e disagiato non ha bisogno di farsene una traumatica ragione sul piano psicologico, introietta in termini più immediati la propria condizione.
Qualche tempo fa scrissi su Vita Pubblica che la chiusura di una piccola impresa familiare non è la stessa vicenda umana e sociale che si genera quando una grande impresa delocalizza un proprio stabilimento. Se in questo secondo caso ci si può trincerare dietro l'anonimato delle relazioni burocratiche mediate dai sistemi esperti aziendali, nella fine di un'impresa familiare subentra come un macigno una questione di sguardi fra mogli e mariti, genitori e figli. Siamo nel cuore dei legami primari di socializzazione e nel mondo "onirico" della formazione psico-affettiva degli individui. Il fallimento in queste circostanze non è solo "tecnico", rischia di estendersi sul piano umano, sino ad inficiare le relazioni inter-familiari. Lo stesso meccanismo traumatico è in azione quando un cinquantenne perde il posto fisso e con moglie e figli deve lasciare il proprio appartamento per tornare a vivere nella casa dei propri genitori, o quando una madre espulsa dal ciclo produttivo è costretta a farsi assistere dalla giovane figlia che per sua fortuna ha studiato e ottenuto un impiego sicuro. Questo processo infernale si ripercuote sulla tenuta psicologica delle persone che lo subiscono. Da molto tempo i sociologi considerano la sfera lavorativa come un ambito dell'auto-realizzazione individuale. Il lavoro non è solo un mezzo per procacciarsi risorse ma è esso stesso un veicolo di costruzione identitaria, un modo ideale di proiettare il sé sociale. Nel contempo, però, non tutti possono ambire ad un lavoro che auto-realizzi. Vi sono lavori ripetitivi, poco appetibili, ma parallelamente la società individualizzata e consumistica crea i suoi antidoti. La democratizzazione del tempo libero e degli stili di vita sono i più rilevanti. Molte persone svolgono un lavoro o una professione che "odiano" ma dalla quale traggono le risorse necessarie per soddisfare loro stessi nella sfera quotidiana. Gli hobby, i viaggi e il consumo intimistico/affettivo nella dimensione domestica ne rappresentano tre varianti molto praticate. Chi perde un lavoro sicuro, pur se non amato, perde anche la proiezione auto-realizzativa extra-lavorativa. Torna con moglie e figli dalla madre e dal padre, anziani e pensionati, non per "bamboccionismo", ma per cruda necessità ed è proprio in questa fase che il rischio per la tenuta psicologica si fa più forte. Cade l'autostima, rischiano di inasprirsi i rapporti affettivi col partner, ci si può vergognare nei confronti dei propri figli. La depressione è un effetto iatrogeno della disoccupazione e può condurre, come la recente cronaca dimostra ad atti inconsulti, a suicidi simbolici e terrificanti, come bruciarsi in strada. Non però col senso eroico della verità storica come in Jan Palach nella Praga del 1968, ma come gesto disperato di chi non vede più nella vita e nel mondo in cui la stessa si costruisce un elemento per cui valga la pena continuare ad esistere. Forse è giunto il tempo per le scienze sociali di tornare a concentrarsi sul mondo del lavoro, con la consapevolezza e l'umiltà che ogni disciplina e ogni inclinazione intellettuale dei ricercatori saranno utili a dipanarci un quadro con il quale nel medio futuro tutte le stime ci dicono che dovremo fare i conti.
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