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| La crisi della British élite |
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| Gli editoriali | |||||||||||||||
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Dopo la crisi finanziaria, l'atmosfera è divenuta pesante per le classi dirigenti inglesi. Eppure, con il loro distinguishing style, esse erano apparse negli ultimi trent'anni l'ultimo prodromo vitale e a scala globale delle declinanti leadership nazionali europee. Prima la Thatcher ha dato il via ad una profonda "rivoluzione conservatrice" che ha dominato il trentennio e ha rilanciato una Gran Bretagna in forte declino dopo lo shock petrolifero degli anni Settanta. Blair, poi, ha indicato una terza via in grado di far metabolizzare ai laburisti una moderna democrazia di mercato a trazione finanziaria. Ad una leadership politica di prim'ordine, si è accoppiata un'emergente élite finanziaria di prestigio internazionale, che ha richiamato giovani talenti da tutta Europa. Peraltro, prima della crisi finanziaria, la comparazione delle classi dirigenti inglesi con quelle di altri paesi europei, evidenziava un profilo british distintivo e di "gerarchia" superiore (Luiss 2008). Le èlite inglesi infatti appaiono innanzitutto più internazionalizzate negli studi e nelle esperienze di lavoro. In secondo luogo, per più del 40% sono composte da donne e sono mediamente più giovani delle élite delle altre nazioni europee. Si tenga poi conto che il Regno Unito dispone di culture selettive della sue classi dirigenti che spaziano dal self made man al leader selezionato in provetta in prestigiose università come Oxford, Cambridge e la London School of Economics. Questo profilo di rilievo internazionale delle sue elites ha consentito al Regno Unito di svolgere un ruolo di cerniera tra il Nordamerica e l'Europa (non a caso è stata scelta la baronessa Ashton come Pesc). Solo le elites francesi, tra quelle continentali, avvicinano la "morfologia" di quelle inglesi. Tuttavia, la noblesse d'Etat - come la chiama Bourdieu - francese non sembra aver svolto negli ultimi trent'anni un ruolo così incisivo come le leadership politiche e finanziarie inglesi. Entrambe, élite francesi e inglesi, esprimono un sentimento di consapevolezza della forza mondiale rivestita, un senso di primacy che contraddistingue i leader politici e gli statisti francesi e le élite pluraliste inglesi. Tuttavia, a dispetto delle analogie, occorre prendere atto che gli alti cerchi del potere sono abitati da leadership differenti nei due paesi: statisti e manager di grandi società-gioiello in Francia, pluralità di élite in Inghilterra (politiche, finanziarie, artistiche, mediali). Dopo la crisi, molte cose sono cambiate nella City. Se prima si riconosceva un profilo distintivo e strategico alle élite finanziarie e bancarie inglesi, ora si nutre sfiducia verso chi ha tradito le aspettative. Quanto al ceto politico, è noto che lo stesso Blair è ormai avversato da gran parte dell'opinione pubblica dopo che sono emersi sospetti sul suo interventismo nella guerra irachena. La bufera sui rimborsi spese dei Parlamentari sollevata in primavera dal Telegraph ha contribuito ad avvalorare l'idea antipolitica che ormai i politici sono attenti solo quando a parlare è il denaro. Lo sconforto che si coglie nell'opinione pubblica non nasce tanto dalla riapertura di antiche ferite tra statalisti e mercatisti, tra critici e sostenitori della mononocultura finanziaria londinese (la rivoluzione conservatrice continua ad essere una certezza); nasce piuttosto dal vuoto di élite adeguate e credibili, in grado di indicare un exit ad una crisi dall'impatto rapido e profondo. Quello che preoccupa non sono le stime di variazione del Pil e il Pil procapite: le previsioni dicono che l'economia inglese uscirà dalla crisi meglio di altri grandi paesi europei che sono alle prese - soprattutto l'Italia - con un ormai decennale declino economico. L'idea che circola è che la finanza riprenderà a crescere, anzi i mercati sono già in ripresa. Ma è incontrovertibile che il prestigio del ceto finanziario, da brillante, oggi risulti molto opacizzato. Anche il neoliberismo thatcheriano e quello blairiano non riescono più a esprimere nuovi contenuti al modello tradizionale di democrazia di mercato inglese in vista delle elezioni politiche di maggio che probabilmente premieranno i conservatori. Perciò non sarà semplice ricreare il tandem "virtuoso" tra leadership politica e elites finanziarie, anche se non si vede né si pensa un'alternativa ad esso. C'è inoltre da considerare che il paese è ancora tecnicamente in recessione, sebbene ci siano segnali di recupero del settore finanziario (segnali che tuttavia, non riguardano la disoccupazione salita ad oltre 2,5 milioni di persone). Resta inoltre il macigno del debito netto, che, tra pubblico e privato, in Inghilterra è tre volte quello italiano e il doppio di quello tedesco (come incidenza sul Pil). C'è disagio sociale e c'è dunque critica nell'opinione pubblica alle èlite di ieri. E' ad esempio in corso un braccio di ferro tra quanti richiedono un rafforzamento della regolazione e quanti vorrebbero confidare sulla capacità di auto-recupero della finanza. Inoltre, c'è una forte critica verso le verticalizzazioni bancarie e finanziarie del passato che hanno impedito la crescita di banche di dimensioni minori, ma più specializzate. Resta infine la matrice di tutti i problemi che è come tornare ad un equilibrio tra mercati finanziari e fiducia del cliente. Nonostante questo quadro a tinte fosche, non circola la sensazione che la City possa perdere la leadership finanziaria europea: dal modello finanziario commerciale inglese non si torna indietro per dare spazio ad un'economia industriale nazionale la cui incidenza è ormai nettamente al di sotto di 1/5 del Gnp. Con un clima interno così incerto, che sembra aver smarrito i tradizionali punti di riferimento nazionali di un trentennio, una mossa strategica, da parte delle élite e dell'opinione pubblica inglesi, potrebbe consistere in un risveglio di interesse verso la Ue. Ma anche questo auspicabile sviluppo della crisi delle elite nazionali britanniche appare precluso dall'improbabilità che gli inglesi si privino di quell'icona finanziaria che è la sterlina; inoltre, si è appena volatilizzata la chance di una leadership britannica nella Commissione europea (Blair). Per ora, resta l'amara constatazione che l'ultima élite nazionale europea di spessore internazionale, oggi, registra un forte declino di consenso "domestico", al pari di quello già manifestato dalle elites degli altri maggiori paesi europei continentali. La crisi delle èlite inglesi rappresenta un altro grave smottamento delle elite nazionali del vecchio mondo. Viene da chiedersi: in una cornice internazionale che alcuni social thinkers vedono dominata da una superclass globale, ha senso insistere ancora, in Europa, sulle classi dirigenti nazionali? Non sarebbe più sensato se i leader migliori di ciascun paese si affacciassero innanzitutto su uno scenario internazionale attraverso le istituzioni europee? E questa europeizzazione delle élite non aiuterebbe anche la connessione di opinioni pubbliche nazionali oggi scarsamente comunicanti in Europa?
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