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| L'Italia tra lestofanti, (nuova) Tangentopoli e senso civico |
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| Gli editoriali | |||||||||||||||
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Il 17 febbraio 2010 è una data simbolica per la storia del Paese: sono infatti passati 18 anni dalla "mariuolata" che diede l'avvio alla stagione di "Mani Pulite". Un anniversario che ha luogo, manco a farlo apposta, in una fase "calda", di nuova escalation di malversazioni, indagini e scandali che hanno coinvolto negli ultimi mesi diversi esponenti politici, tra cui spicca il recente affaire Protezione Civile. La domanda inevitabile che si pone è: siamo di fronte ad una "Nuova Tangentopoli"? Esponenti politici e opinion makers si dividono a riguardo, come è naturale che sia. Ma analizziamo alcuni dati di fatto, che forniscono alcune coordinate di contesto. Se si prende in esame ad esempio il Corruption Perception Index che determina la percezione della corruzione nel settore pubblico e nella politica in numerosi Paesi nel mondo, elaborato da Transparency International (TI) attraverso valutazioni di esperti e sondaggi di opinione, emerge un quadro non troppo incoraggiante per il nostro Paese. L'Italia, nel periodo che va dal 2002 al 2009, ha registrato un peggioramento nel ranking internazionale, passando dal 31° (su 133 Paesi) al 63° posto (su 180), con un arretramento particolarmente pronunciato nell'ultimo biennio della rilevazione di TI (-22 posizioni rispetto al 2007). Anche considerando il punteggio (compreso da 0 a 10, più alto è e minore il livello di corruzione percepita) si osserva un trend negativo: da 5,2 del 2002 a 4,3 del 2009. Un risultato così preoccupante va inoltre letto in parallelo ai Paesi in posizioni limitrofe in graduatoria: l'Italia si colloca infatti dietro Turchia, Cuba, Slovacchia e Samoa, mentre precede Arabia Saudita, Tunisia, Croazia e Georgia. L'allarme corruzione è inoltre confermato e forse "moltiplicato" se si passa ai dati ufficiali forniti dalla Corte dei Conti in occasione dell'inaugurazione del nuovo anno giudiziario. Tra 2008 e 2009 le denunce per corruzione sono cresciute del 229% e quelle per concussione del 153%. Anche in termini di valori assoluti, si è registrata un'impennata delle denunce nel corso dell'ultimo anno: quelle per corruzione sono più che triplicate e quelle per concussione sono più che raddoppiate. Le perdite erariali dovute a "tangenti, corruzione e concussione" sono pari a 69 milioni di euro nel 2009 ed hanno registrato un incremento (tra 2008 e 2009) dall'8,6 all'11% sul totale delle tipologie di danni riscontrati nelle citazioni in giudizio. L'unica voce che comporta perdite per lo Stato superiori a quelle dovute alle "mazzette" è riconducibile alle frodi comunitarie, con un "buco" pari a 79 milioni di euro (10-11% del totale). Sempre per la Corte dei Conti, le Regioni italiane più esposte alle attività criminali sono quelle caratterizzate da una convergenza tra alcuni fattori: PIL, numero di amministrazioni (Province, Comuni, ASL, ecc.) e di impiegati pubblici presenti nel territorio. Pertanto, ai vertici dell'esposizione si trovano Lombardia, Campania, Sicilia, Lazio e Puglia. Il quadro che emerge, relativo esclusivamente alle denunce, rappresenta dunque solo la punta di un iceberg che secondo la Corte non si è mai dissolto a seguito del terremoto di Tangentopoli. L'incremento osservato può essere ricondotto a fenomeni contrastanti, ad esempio da un lato una dilatazione massiccia dei fenomeni corruttivi e dall'altro l'aumento delle denunce, magari anonime, di quanti hanno perso un appalto e tende a rifarsi su coloro che lo hanno vinto. Sulla base di queste sconfortanti coordinate di fondo e dei recenti casi giudiziari e scandali che hanno coinvolto diversi esponenti del mondo politico, viene, appunto, da chiedersi: sta nascendo una "Nuova Tangentopoli"? Oppure non è mai finita? Siamo di fronte all'ineluttabilità dell'equazione corruzione-potere? Quali tratti specifici assume la "questione morale" e in quali radici affonda la corruzione nel nostro Paese? Domande complesse, che meritano adeguati approfondimenti e un dibattito pubblico aperto. In questa sede ci limitiamo ad alcuni punti di riflessione. In modo schematico, si osservano due principali chiavi di lettura dei recenti scandali sollevati dalle inchieste giudiziarie. Da un lato è diffuso un filone di pensiero sostenuto da un blocco di politici ed opinionisti avverso all'ipotesi di un ritorno di Tangentopoli (parte seconda), basato su argomentazioni e tesi molto semplici. Secondo tale prospettiva, si tratta di fatti isolati, che non possono essere letti in ottica aggregata e che chiamano in causa responsabilità individuali senza implicazioni di sistema. La densità di inchieste e scandali concentrati in un arco di tempo limitato sarebbe un aspetto riconducibile ad un "risveglio" della magistratura e in termini più generali alle tensioni nei rapporti tra politica e giustizia. Inoltre, la vera distinzione di fondo che costituirebbe una cesura rispetto agli eventi dei primi anni '90 è la discontinuità nel sistema dei partiti. In passato, la corruzione sarebbe stata funzionale al mantenimento di apparati burocratico-politici piuttosto estesi e "pesanti", ramificati nei vari livelli territoriali, o decisiva nell'influenzare gli equilibri di forza nei rapporti tra le correnti interne ai partiti. In sintesi: la deriva della corruzione era comunque "regolata" e finalizzata (quasi) esclusivamente al sistema dei partiti e per tale tramite era una distorsione, ma indirizzata a contribuire al funzionamento della democrazia. Si potrebbe obiettare che non mancavano certo anche nella Prima Repubblica casi di tangenti riscosse per motivi di arricchimento personale. Tuttavia, come è stato notato da Roberto Mongini, ex presidente della DC milanese, allora "si mangiava, ma almeno si sapeva stare a tavola". Chi oggi viene "pizzicato" insomma, sarebbe semplicemente un ladro, che ruba per sé e non per il partito. Lestofanti, per usare un termine utilizzato dal Presidente della Camera. Un altro filone di pensiero invece inquadra gli scandali e le inchieste recenti come sintomatici di un possibile ritorno della malattia della corruzione con una "massa critica" di sistema, che non può trovare nei comportamenti/responsabilità di singole "mele marce" una sufficiente spiegazione. Pur con differenze di contesto socioeconomico e politico, nell'attuale fase la diffusività, la reiterazione e serialità delle pratiche corruttive sono ingredienti che sarebbero all'opera nel creare i presupposti di un aumento del livello di guardia verso una nuova stagione di crisi di sistema. "Il coperchio rischia di saltare", come sostiene Paolo Mieli, mentre, parafrasando Giorgio Bocca, in questi ultimi anni "horribilis" si è imposta in modo strutturale e non episodico la massima del "rubo, dunque sono". Si può osservare inoltre una terza via interpretativa, che intravede una sorta di "continuità nell'apparente discontinuità" di Tangentopoli. In un periodo di tempo durante il quale un ragazzo o una ragazza in Italia è diventato maggiorenne, cosa è cambiato, al fondo, nella realtà sociale, politica, economica italiana? Senza banalizzare, molto, certo, ma impressionanti sono comunque le analogie in diversi ambiti di interesse per la vita pubblica. Per fare degli esempi, la regolazione e i meccanismi degli appalti o dei concorsi pubblici hanno conosciuto sostanziali mutamenti nelle concrete pratiche operative? Gli intrecci politico-affaristici sono stati dipanati? Secondo Galli della Loggia il cuore del problema risiede nelle radici nelle quali affonda la propensione italiana alla corruzione: la stessa Italia e la sua storia. Un Paese storicamente caratterizzato da scarso senso dello Stato, carenza di legalità, diffusione del familismo amorale, in cui, come sostiene Carboni, alberga una società "cinica", dove, per fare un esempio, solo l'1% della popolazione dichiara un reddito superiore a 100.000 euro all'anno. Un Paese in cui l'evasione fiscale massiva, l'abusivismo edilizio incontrollato sono tratti che connotano un certo italian style of life. In sostanza, secondo una determinata prospettiva, la corruzione e il malaffare non sarebbero una prerogativa esclusiva della sfera politica, anche se in tale ambito l'esercizio del potere si espone in modo automatico a comportamenti e pratiche di azione corruttive e intrecci collusivi con altri settori sociali, come ad esempio il sistema economico. Nell'attuale scenario, il "malessere democratico" può conoscere un ulteriore salto di qualità, con una escalation nella crisi di legittimazione e fiducia verso le élite politiche. Richiamare l'attenzione su un rinnovato protagonismo (ad orologeria? di parte?) della magistratura nel tentativo di supplire alle carenze della politica, non sembra la via migliore né esaustiva per comprendere quanto sta accadendo. La corruzione, la scarsa trasparenza, le pratiche collusive anche con sfere di potere illegale sono spie di allarme che si accendono sia per le classi dirigenti, non solo politiche, che per la cittadinanza. Il fenomeno della corruzione è una costruzione sociale, non ci si può trincerare in constatazioni "autoassolutorie e disincantate" in base a cui sottolineare che la stessa è legata a doppia mandata con il potere e pertanto, quasi connaturata alla natura umana. Senza cavalcare onde giustizialiste o evocare in modo retorico la "questione morale", i recenti fenomeni emersi dalla inchieste della magistratura pongono sul tappeto temi e problemi rilevanti per la qualità della nostra democrazia e chiamano in causa (in modo utopico?) il dovere soprattutto per la classe dirigente di una assunzione di responsabilità, attraverso l'adozione di misure concrete per contrastare una deriva che potrebbe diventare molto pericolosa per il futuro. E forse dovrebbero parimenti stimolare nella società una riflessione attorno alla crisi del suo senso civico. Ma il timore è che si sia di fronte al rischio di una "nuova mutazione antropologica" del Paese.
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