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| L'importanza di Morgan |
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In questi giorni se ne sono sentite di ogni risma. Il processo continuerà ancora per un po' (qualche ora, al massimo un paio di giorni) e poi tutto finirà. Morgan tornerà ciò che era, artista "alternativo" e musicista "raffinato", e Sanremo sarà solo un ricordo, non uno dei migliori, dell'anno da poco iniziato. Morgan è stato escluso da Sanremo 2010 dopo l'uscita di una sua intervista in cui metteva in evidenza come l'uso della cocaina possa fungere da antidepressivo come il tavor o altri psicofarmaci prescritti dai medici. Non entro nel merito delle dichiarazioni, anche perché non si è ancora capito se ed eventualmente in che misura il grande sistema dei media abbia prima "elaborato" e poi "somministrato" le affermazioni dell'artista; ciò che mi preme è sottolineare l'aspetto più nascosto e ancora totalmente ignorato della questione. I mezzi di comunicazione non hanno solo sfruttato lo scoop dell'intervista, ma hanno poi assorbito Morgan nel sistema invitandolo ad una serie di trasmissioni a larga diffusione in cui lo si invitava a spiegare, negare, ergersi da persecutore a vittima. I perbenisti si sono scatenati giustificando la decisione della rete di estrometterlo dalla competizione canora, gli anticonformisti hanno goduto di una visibilità quanto meno inconsueta. Tutti hanno ottenuto un qualche risultato nonostante il significato di quello a cui abbiamo assistito sia rimasto pressoché celato: ascolti tv premiati, da Sanremo alle trasmissioni che hanno ospitato il musicista; proibizionisti incoraggiati senza remore a portare avanti le loro battaglie antidroga; antiproibizionisti usciti timidamente dal guscio. Il risultato complessivo è stata la produzione di una generale confusione di massa, in cui tutti hanno portato avanti le proprie ragioni e nessuno ha riflettuto sul problema di fondo. Ciò che non torna è il fatto che in generale una società come quella italiana, ma il discorso potrebbe essere generalizzato all'intero modello occidentale, continui a nascondere la testa sotto la sabbia. Si tralascia cioè la comprensione del fatto che Morgan è necessario alla nostra società proprio come l'omicidio di cui si è parlato al telegiornale ieri sera. Assumiamo un atteggiamento sconcertato, ma non sapremmo accettarne l'assenza. Nel meccanismo identificativo-proiettivo messo in moto negli ultimi sessant'anni dalla cultura di massa, il male mostrato, evocato, presentato, ci è necessario per sopravvivere alla bassezza della nostra quotidianità. Una bassezza evidenziata dalla partecipazione ad un processo produttivo che genera un livello quantitativo di merci tale che non ci sarà mai, per nessuno di noi, la possibilità di fruirne abbastanza. Una mediocrità evidenziata dai meccanismi burocratici che ci incastrano in ingranaggi irrisolvibili, ai quali non possiamo porre rimedio. Una pochezza fatta di luoghi quotidiani invivibili, scuole cadenti, case disagevoli, città e periferie minacciose. Non sono i tossicodipendenti ad aver bisogno della droga, sono coloro che non fanno uso di droga ad aver bisogno dei tossicodipendenti. Riprendendo Morin, "la nostra vita quotidiana è sottomessa alla legge: gli istinti sono repressi, i desideri censurati, le paure mascherate, assopite. Ma la vita dei film, dei romanzi, dei fatti di cronaca, è la vita in cui la legge è infranta, dominata, ignorata....dove gli istinti si fanno violenza, pugni, omicidi, dove la paura diviene suspense, angoscia. La vita che conosce la libertà, non la libertà politica, ma la libertà antropologica, in cui l'uomo non è più agli ordini della norma sociale, della legge." Quello che sfugge nella lettura dell'epoca contemporanea è che l'"uomo civilizzato", soggetto alla legge, ai regolamenti, alla polizia, proietta continuamente, quotidianamente, la propria angoscia primitiva nei criminali, nei disadattati, in coloro che osano possedere, uccidere, "obbedire alla propria violenza". È esattamente lo stesso meccanismo che sottende ai rapporti amorosi contemporanei. L'uomo crede di aver bisogno di una "brava" donna al suo fianco, di una donna amorevole, madre di famiglia e custode dell'ambiente domestico, e non capisce che in realtà ha più bisogno delle battone di strada, dei night e dei transessuali, ha bisogno dello squallore dei luoghi in cui consumare un futile rapporto sessuale. E ne ha bisogno per poter accettare la donna al suo fianco che altrimenti gli risulterebbe insopportabile. Che poi l'uomo faccia o meno "uso" di tali possibilità è un altro discorso. Anzi, l'uomo che non ne fa uso e che magari si masturba avidamente, non ha solo bisogno della presenza dei trans, la sua è una doppia dipendenza relativa alla necessità di sapere che altri uomini ne siano frequentatori. Ciò gli rende la vita sopportabile e gli permetterà, stasera, di avere un quasi appagante rapporto sessuale con sua moglie. La cultura di massa ci fa credere di essere liberi, ma se ciascuno di noi si fermasse a riflettere sul proprio reale, capirebbe che gli spazi di libertà oggi sono praticamente nulli. La libertà, che Hegel identificò con il crimine, è nella zona d'ombra, nel lato oscuro della nostra personalità, è nel rapporto tra l'uomo e il divieto. Ed il risultato del conflitto tra uomo e divieto è incerto. Se il divieto vince abbiamo il tossicodipendente ed il criminale. Se si impone la legge il risultato è l'uomo "sano", la cui possibilità di accettare la vita che conduce dipende esclusivamente dalla consapevolezza della presenza dell'uomo amorale o immorale. Sono questi uomini, secondo Musil "la personificazione di istinti semplicemente repressi dagli altri uomini, l'incarnazione dei loro delitti immaginari, delle loro violenze sognate" (L'uomo senza qualità, II). Capire tali meccanismi è oggi molto più complesso di cinquant'anni fa. Ciò dipende in primo luogo dalla nostra assuefazione alla presenza di un male "soft". È il male dell'immaginario che ci investe tramite i fatti di cronaca, il cinema, la stampa. È il male che riguarda l'altro da me, è il "dolore degli altri". "Le vittime del fatto di cronaca sono proiettive, cioè offerte in sacrificio alla sventura e alla morte". È la morte dell'altro in cui io non posso identificarmi. Mi identifico invece con il protagonista del film che, nonostante le prove cui viene sottoposto, alla fine sarà protagonista della mia rassicurazione tramite l'esito finale positivo della sua storia. È questo che non si coglie quando si parla di crisi dei valori e di fine della presenza del mondo adulto. Oggi il mondo adulto non esiste più. L'ubriacatura collettiva cui siamo sottoposti ci spinge alla ricerca della felicità ad ogni costo, e non solo ci indica l'obiettivo ma crede di somministrarci anche gli strumenti per raggiungerlo. Ma l'uomo non è in grado di rispondere positivamente al processo di civilizzazione in atto perché ha un lato oscuro con cui deve necessariamente confrontarsi, e l'esito del conflitto non può essere predeterminato. Tramite la cultura di massa l'adulto viene spinto a ricercare lo stesso obiettivo del bambino, e al bambino vengono dati gli strumenti dell'adulto per perseguire l'obiettivo. Il cortocircuito inevitabile che si crea è la somministrazione di psicofarmaci a bambini di 10 anni e l'infantile ricerca del gioco ad ogni età della vita. Ciò che emerge dal contesto odierno è quindi il ruolo funzionale dei cosiddetti dannati contemporanei. Funzionale non tanto perché identificabili con il capro espiatorio della società moderna, quanto soprattutto perché strumenti proiettivi di immaginari individuali che ci consentono da un lato di rifuggire l'opprimente complessità della nostra vita ufficiale, e dall'altro di sentirci migliori di quello che in realtà siamo. È per questo che, ci piaccia o no, Morgan non è il problema della nostra società, è la soluzione alla nostra vita.
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