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E' da qualche tempo che seguo con distratto distacco il dibattito pubblico italiano. Guardo molto poco la televisione, rifuggo in particolare TG e programmi di "intrattenimento politico". Non compro più giornali e quelli in versione online li consulto in prevalenza per le previsioni meteo. Reputo la scena pubblica inquinata, l'ecologia della comunicazione compromessa e l'opinione pubblica una batteria intensiva di allevamento industriale. Per mia fortuna le tremende percezioni di cui vi ho reso edotti non mi procurano né angoscia, né tantomeno mi deprimono. Mi dedico ai pensieri astratti, navigo nel mio utopismo da "sognatore razionalizzato". Nel suo apparire un segno di sconfitta, il mio rintanamento astensionista è invece una cura che mi somministro contro i mali del mondo e l'impotenza nel poter in minima parte contribuire a cercare di sanarli. Un giorno mi sono detto che quando il mondo è alieno a come lo si percepisce ed è sovvertito per l'idea che ne portiamo intimamente, è forse giunto il tempo di curare il proprio sé. Si tratta senza dubbio, nel linguaggio di Christopher Lasch, di una deriva narcisistica. Dell'ennesimo inganno a cui conduce la pseudo-consapevolezza di sé. Scrive il grande sociologo americano: "La coscienza di sé che irride beffarda a tutti gli sforzi indirizzati al raggiungimento della spontaneità o del piacere scaturisce, in ultima analisi, dal tramonto della fiducia nella realtà del mondo esterno, realtà che ha perso la sua immediatezza in una società permeata dall'informazione simbolicamente mediata". Neanche l'atteggiamento beffardo contro le routine del quotidiano è sufficiente come via d'uscita autoreferenziale. L'individuo che non crede agli obiettivi per i quali impegna la sua vita, appunto il narcisista, usa gli scherzi, il sarcasmo, il cinismo come attrezzi per sottrarsi al senso di mancata autenticità che deriva da un sistema di vita burocratizzato, ripetitivo e industrialmente prodotto. In questo modo egli opera un distacco ironico nei confronti delle routine del quotidiano. Non prendendo sul serio le routine a cui si deve sottoporre, il nostro individuo cerca di sottrarsi alla loro nefasta influenza, non con l'obiettivo di incidere sulle cose del mondo, sui limiti che il sistema sociale gli impone, semplicemente per distaccarsi dallo stesso e in questo modo rendersi più sopportabili quei limiti. Demistificando il quotidiano prova a trascenderlo e a comunicarlo agli altri, pur continuando a fingere di fare con interesse quello che ci si attende da lui. La consapevolezza che giudica se stessa crea un parossismo nella coscienza del sé e finisce per inibire la spontaneità. Il divario che questo atteggiamento procura tra l'immaginario e la realtà, tra privilegio astensionista e duro quotidiano porta ad un ironico distacco che se smorza la sofferenza, nel contempo rende inerte la volontà di impegnarsi per cambiare le condizioni sociali, dal lavoro, al divertimento, fino alla stessa ecologia del quotidiano. Insomma, pur se imbellettato di teoria sociologica, vi ho presentato me stesso, mi sono messo a nudo e nutro la presuntuosa speranza di aver denudato anche qualcuno di voi. L'ho fatto perché credo utile la cosa ai fini dell'analisi che mi accingo a proseguire, che certo non lesina rimandi alla centrifuga narcisistica della nostra modernità dove l'esistenza di ognuno gira con un software che ci istruisce sul come recitare di continuo nel teatro drammatico della rappresentazione del sé. Nel chiaro, colto e indignato articolo che Michele Tubaldi ha pubblicato su VP ho trovato lo spunto per un'amara provocazione, proprio nei confronti dei lettori di questo "strillone online" e dei miei amici e compagni, tutti molto studiosi e molto informati. Lo sono davvero studiosi e colti ma proprio per questo si sottopongono come il sottoscritto ad una atroce beffa: il legittimo desiderio di essere informati. Perdonate la pedanteria dell'ennesima citazione, ma questa merita davvero. "Noi viviamo in un mondo di psuedo-eventi e di semi informazioni, in un'atmosfera satura di affermazioni che non sono né vere né false ma semplicemente credibili". Nel linguaggio di Lasch uno pseudo evento costituisce una verità incerta che fa leva sul nostro legittimo desiderio di essere informati. In questo scenario, che è il campo percettivo e di senso dentro cui costruiamo le nostre traiettorie di vita quotidiana, Lasch sostiene che: "Propaganda e pubblicità usano i fatti non a sostegno di un argomento ma per esercitare una pressione emotiva. L'appello all'emotività rimane tacito e indiretto; è insito nei fatti medesimi e non contrasta con il legittimo desiderio di essere informati. Poiché si sa che un pubblico istruito è affamato di fatti e che niente gli è più caro dell'illusione di essere ben informato". Cari amici, compagni e lettori ben informati non vi viene qualche dubbio su voi stessi e la vostra informazione? Personalmente questa analisi mi ha rovesciato ma ora mi sento meglio, non peggio. Nel senso che credo di essere più lucido, cosciente e naturalmente impotente. Eppure la demistificazione del quotidiano e il disinvestimento momentaneo del sé, il secondo livello del nostro dialogare, quello che dovremmo smettere (appunto disinvestire) mentre facciamo l'amore ma spesso ci capita di non fare, sono due terreni da non sottovalutare. Demistificare il quotidiano significa dare seguito all'irriducibilità del proprio punto di vista. Una difesa della sfera individuale che reputo fondamentale. Per chi vi leggesse un salvataggio in corner della marxiana coscienza di sé come soggetto sociale, ovvero come individuo in grado di liberarsi dalla zavorra feticistica delle apparenze per riconoscere in senso pieno la ineguale realtà del mondo, dico vi sbagliate. L'irriducibilità dell'individuo non è comunicabile, né socializzabile. E' un tratto del sé profondo, il più importante investimento del sé. Ma gli investimenti in questo campo non sono sempre lungimiranti. Spesso ineriscono bassezze, paure, vuoti narcisismi. Da questo punto di vista, il disinvestimento momentaneo del sé è una strategia volta a recuperare autenticità, a darsi senza reti di salvataggio agli altri, a non prendersi troppo sul serio. Ma torniamo alla giusta indignazione di Michele Tubaldi contro il vuoto pneumatico della spettacolarizzazione mediale dell'informazione. Nel suo prendere a simbolo di degrado comunicativo il Morgan peccatore, figliol prodigo, saggio ed esegeta dei dolori del mondo. Il drogato cosciente di sé che ha da dire qualche cosa di importante "urbi et orbi", credo che Michele implicitamente sottolineasse un fatto. Quando il semplice aver compiuto un'esperienza - nel nostro caso farsi di coca - subordina alla stessa il parere informato della scienza rispetto al fenomeno oggetto di analisi. Quando ciò avviene per il tramite di artisti, guitti e saltimbanchi televisivi che nella perfida magia dello schermo assumono all'onore di profeti dello "spirito del tempo", allora significa che anche lo spettacolo, come la propaganda e la pubblicità, ha invaso i confini dell'informazione. Come le prime due ne ha assunto le sembianze, uccidendola, in modo subdolo, senza farne rinvenire il cadavere. Il pubblico dei riceventi allora, non vedendo officiato il funerale crede ancora nella speranza che l'informazione sia lì, da qualche parte nascosta, tra infiniti pseudo-eventi che ci tormentano l'anima come un assordante rumore. L'informazione c'è ma non ci sono più i linguaggi liberi, cioè non colonizzati dai sistemi esperti della produzione industriale di soggettività sociale (la persona è l'individuo socializzato diceva il profetico Durkheim). Come Chomsky identifica nella grammatica la logica generativa della lingua, noi potremmo sostenere che il linguaggio è la sorgente generativa del senso che attribuiamo alla realtà. In altre parole, dentro e con il linguaggio formiamo il concetto di noi stessi, quello di altro fino a quello di società. Sotto questo aspetto il sacrosanto lamento di Michele Tubaldi rinvia all'angoscia che si prova ad essere coscienti di ciò che accade in TV, della devastazione culturale e informativa che la stessa procura ad un pubblico sempre più pigro, disinformato e pseudo consapevole di sé. Molti si stanno stupendo della sospensione dei talk show politici durante la campagna elettorale. Ma costoro dove credono che il pubblico - distrattamente - si informi delle cose della politica? La grammatica dello spettacolo ha invaso tutti gli anfratti della produzione del senso, al punto tale da sovrapporsi alla religione desacralizzandola, uccidendola alla stregua dell'informazione che si fa pseudo-evento. Andate a vedere qualche "tele predica" di sette protestanti o di fede battista in Nord e Sud America? Vedrete, rimpiangerete gli "obsoleti orpelli" liturgici di Piazza San Pietro. Eppure qualche cosa si muove, sempre.
Articolo in risposta a Michele Tubaldi, pubblicato su VP il 02.03.2010
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