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Lettera aperta a chi legge |
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Gli editoriali
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di Carlo Carboni 21.06.2010
Cari amici, ho seguito lavitapubblica.it fin dalla sua nascita e credo che, dopo un anno e mezzo di sperimentazione stagnante attorno al modulo iniziale (ci scrivono tutti coloro che vogliono, ma poi c'è il vaglio attento di Marco, la vera redazione), è forse ora di cambiare. Purtroppo mi sembra che lavitapubblica.it non sia poi rimasta fedele alla mission iniziale che aveva come obiettivo il rilancio della vita e dell'uomo pubblici a fronte, come si sosteneva nel primo editoriale, di un trentennio di degenerazione liberista dello spazio pubblico, sempre più visto solo in funzione di un possibile vantaggio individuale, corporativo o micro territoriale. L'interesse pubblico è evaporato con le alchimie culturali delle piccole patrie e dei piccoli interessi particolaristici. Una politica senza coraggio di decidere ha preferito questo corpo a corpo di interessi gelatinosi e miopi, tra uno schieramento di centrodestra che li rappresenta in modo populista e autoritario e uno schieramento di centrosinistra mai emancipatosi dalla tradizionale rappresentanza industrialista-sindacale. E oggi chi governa ha di fronte a sé il campo aperto in una società atomizzata in cui la difesa dalla crisi avviene governando quegli interessi, senza che neppure quel minimo fatto, sia fatto bene.
Mi chiedo: i nostri articoli hanno seguito queste vicende che hanno ulteriormente depresso la fiducia della gente in termini di discorso pubblico? O abbiamo seguito anche noi percorsi individuali quando abbiamo scritto? Ci siamo occupati abbastanza di scuola, università, sanità, pensioni, democrazia ecc. o abbiamo fatto finta di niente? E' venuto il momento che questa testata scenda in campo con le sue forze limitate, ma - riteniamo - valide, per ampliare il suo progetto? Se si, come farlo?
Apriamo un dibattito sul prossimo futuro della nostra testata e vi invito a mandare progetti, commenti, suggerimenti o anche veri e propri articoli a
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Carlo Carboni
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Passaggio nodale |
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Gli editoriali
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di Carlo Carboni 31.05.2010
Le classi dirigenti nazionali europee in questi anni sono state limitate da un pensiero strategico sfuocato, che ha reso a lungo il modello continentale europeo la brutta copia di quello anglo-statunitense. Tuttavia, queste élite sono state investite da mutazioni significative. La grande trasformazione neoliberale e neoliberista degli ultimi trent'anni ha profondamente influito sulla composizione e sugli scenari delle classi dirigenti del Vecchio Continente. La prima mutazione riguarda l'emergere dell'economia come protagonista di un lungo ciclo di globalizzazione, che ha ampliato la sfera d'influenza del mercato sia sul piano geopolitico che sulle ali di nuove attività di servizio e di scambio. Un'espansione estensiva e intensiva, nella vita quotidiana del cittadino europeo, consumatore e investitore. Questa straordinaria diffusione del mercato ha reso sempre più prestigiosi e credibili imprenditori e managers. Fino alla recente crisi economica, che ha visto crollare la fiducia verso le élite finanziarie e bancarie. Il colpo più forte lo hanno accusato le prestigiose élite inglesi finanziarie e politiche, eredi del thatcherismo e del blairismo. Diverso il discorso per le èlite imprenditoriali dell'economia reale - come quelle tedesche ed italiane - che hanno mantenuto elevati i livelli di fiducia nelle opinioni pubbliche nazionali.
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Attacco al futuro |
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Gli editoriali
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di Ugo Ascoli 31.05.2010
In questi giorni stiamo assistendo in Europa ed in Italia ad un attacco frontale al welfare ed alle mète di civiltà raggiunte nel novecento.
Scrive il giornale di Confindustria: "L'Europa che, in un tempo non lontano, poteva permettersi di vagheggiare dentiere gratis per tutti e una badante per ogni anziano non autosufficiente, ha impegnato, senza più velleità o falsi pudori, i gioielli di famiglia. Vale a dire il costoso sistema di protezione sociale pubblica (che ormai aveva incluso anche la gestione dei posti di lavoro statali) che ha incarnato per quasi due secoli l'anima stessa del modello economico continentale. Pubblici dipendenti, pensionati e pensionandi da antichi referenti di un'Europa politica costruita tra un perenne compromesso tra stato e mercato e tra individuo e società, si sfarinano di fronte ai colpi della crisi finanziaria che rischia di diventare crisi di moneta e poi crisi di nazioni..... Il sistema di stato sociale europeo era sopra le righe, costoso e inefficiente... Il "vincolo esterno" (la crisi) sta facendo cambiare rotta al'Europa: il sistema di welfare, questa volta senza eroi e senza icone, cerca di aggiustarsi come può. Non c'è regia. Chi può si salva......Gli stati hanno inondato il continente con una pioggia di liquidità: al Welfare tradizionalmente destinato al lavoro si è aggiunto il welfare finanziario" (Il Sole 24 Ore , 15 maggio 2010).
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Un ceto politico senza classe |
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Gli editoriali
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di Carlo Carboni 22.03.2010
Perché il ceto politico italiano non è una classe dirigente? La risposta di buon senso é: il ceto politico fa orecchie da mercante ai problemi del Paese. A quelli più urgenti dell'oggi, ma anche quelli che ci trasciniamo da decenni, ormai. Questa la risposta del buonsenso, che non si deprime per l'eclissi delle ideologie. Come quella che ritiene che il ceto politico non sia una classe dirigente, ma un'élite perché non favorisce una gestione pubblica partecipata. Sappiamo ormai da anni che quel termine "partecipata" è uno specchietto per le allodole, essendoci problemi ben più grandi di rappresentanza e di legittimità, come ha osservato Miguel Gotor su Il Sole24 ore del 6 marzo. La partecipazione non era il tema vero neppure ai tempi della Bologna di Zangheri. Il tema positivo era, semmai, poter disporre di istituzioni attente allo sviluppo locale e di una classe politica, come la intendeva Guido Dorso, in grado di amministrarle con senso di responsabilità e condivisione, perciò con servizi sociali locali efficienti, ospedali, scuole, giustizia, sicurezza efficienti: in sintesi, una classe politica interprete di una piattaforma culturale condivisa e, soprattutto, praticata.
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Equilibrio termico: tutto è fermo |
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Gli editoriali
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di Francesco Orazi 05.03.2010
E' da qualche tempo che seguo con distratto distacco il dibattito pubblico italiano. Guardo molto poco la televisione, rifuggo in particolare TG e programmi di "intrattenimento politico". Non compro più giornali e quelli in versione online li consulto in prevalenza per le previsioni meteo. Reputo la scena pubblica inquinata, l'ecologia della comunicazione compromessa e l'opinione pubblica una batteria intensiva di allevamento industriale. Per mia fortuna le tremende percezioni di cui vi ho reso edotti non mi procurano né angoscia, né tantomeno mi deprimono. Mi dedico ai pensieri astratti, navigo nel mio utopismo da "sognatore razionalizzato". Nel suo apparire un segno di sconfitta, il mio rintanamento astensionista è invece una cura che mi somministro contro i mali del mondo e l'impotenza nel poter in minima parte contribuire a cercare di sanarli.
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Er pasticciaccio brutto del tribunale e l'ascesa di Arturo Ui |
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Gli editoriali
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di Renato Novelli 05.03.2010
Paradosso contro paradosso, come notazione minore: le firme e le regole da presentare per partecipare alle elezioni nel dopoguerra servirono a contenere le micro liste di ispirazione ultra qualunquista dell'antipolitica di allora. Si usciva dal fascismo che aveva l'antipolitica nel senso dell'avversione all'esistenza di tanti partiti come carta costitutiva. Negli anni della ricostruzione, mentre De Gasperi immaginava la nuova identità degli italiani come "popolo di formiche", lavoratori, disciplinati, risparmiatori, il caso delle liste "qualunque" (Giannini e il qualunquismo) appariva come una metamorfosi dell'antipolitica fascista. Ci fu un Partito della Bistecca che aveva come programma una bistecca a testa per tutti gli italiani.
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L'importanza di Morgan |
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Gli editoriali
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di Michele Tubaldi 02.03.2010
In questi giorni se ne sono sentite di ogni risma.
Il processo continuerà ancora per un po' (qualche ora, al massimo un paio di giorni) e poi tutto finirà. Morgan tornerà ciò che era, artista "alternativo" e musicista "raffinato", e Sanremo sarà solo un ricordo, non uno dei migliori, dell'anno da poco iniziato.
Morgan è stato escluso da Sanremo 2010 dopo l'uscita di una sua intervista in cui metteva in evidenza come l'uso della cocaina possa fungere da antidepressivo come il tavor o altri psicofarmaci prescritti dai medici.
Non entro nel merito delle dichiarazioni, anche perché non si è ancora capito se ed eventualmente in che misura il grande sistema dei media abbia prima "elaborato" e poi "somministrato" le affermazioni dell'artista; ciò che mi preme è sottolineare l'aspetto più nascosto e ancora totalmente ignorato della questione.
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